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Dazi-show

Per trattare con il nuovo grottesco mondo di Trump ci vorrebbe Peter Sellers

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Per trattare con il nuovo grottesco mondo di Trump ci vorrebbe Peter Sellers
Foto LaPresse
Un esilarante pastiche in cui ogni cinefilo ha trovato echi degli stralunati Monty Python, delle abborracciate teorie dei capi americani in “Mars Attacks!” di Tim Burton, e delle vette comico-grottesche di “Frankenstein Junior” di Mel Brooks. I cinquanta minuti del Liberation Day di Trump dal Giardino delle rose della Casa Bianca resteranno come un documento storico. Quando è comparsa la mitica tabella di 180 paesi compresi le isole dell’Artico su “dazi praticati contro gli Stati Uniti- dazi decisi dagli Stati Uniti”, l’intera comunità mondiale degli economisti ha dovuto da una parte reprimere risate omeriche, dall’altra tremare all’idea che comunque questo è ciò che riserverà al mondo l’America di Trump. Che degli economisti ha dichiarato beffardamente di fregarsene, peccato che tutti gli studi trionfalmente ricordati sui presunti effetti positivi dei dazi di Trump-1 siano stati sonoramente smentiti da ricerche serie.
I media italiani ed europei, alle prese con il fuso orario che rendeva lo spettacolo trumpiano troppo vicino all’ora di chiusura, hanno ripreso alla lettera l’espressione di Trump “dazi reciproci”, ripubblicando la sua tabella. Che però è assolutamente onirica, tanto da provocare sgomento in chiunque abbia una minima idea dei dazi realmente praticati nel mondo. In quella tabella, di “reciproco” non c’è assolutamente nulla. Lo stesso Donald Stranamore, presentandola, ha detto “abbiamo messo nella prima colonna tutti gli imbrogli praticati contro di noi”. L’espressione “imbrogli” era da prendere alla lettera, quella colonna non conteneva affatto i dazi applicati alle merci americane ma solo un calcolo surreale. Per il quale chiunque ottenga un surplus commerciale verso gli Stati Uniti, rispetto al totale di ciò che vi esporta, vede quantificata la percentuale del suo surplus sull’export come l’“imbroglio” contro cui gli Stati Uniti devono scagliarsi. Nessuno deve permettersi surplus commerciali verso gli Stati Uniti, questo è il sogno dei nuovi Stranamore.
Se applicassimo la stessa teoria sui servizi digitali che gli Stati Uniti esportano in Europa attraverso le loro grandi piattaforme tecnologiche, secondo logica trumpiana dovremmo stangare di tasse Meta, Google, Amazon e Apple considerandole dei banditi. Leggiamo la tabella. Per la Ue la cifra indicata artificiosamente dei dazi praticati ai beni importati dagli Stati Uniti sarebbe del 39 per cento, rispetto alla quale Trump generosamente adotta solo il 20 per cento di dazi sui prodotti europei. La risata è d’obbligo. Guardiamo i fatti reali, i dazi veri che oggi gravano in Europa sui beni importati dagli Stati Uniti: per tipo di prodotti, si va dall’uno e mezzo al 5 per cento. C’è un’eccezione, come vedremo più avanti, sulle derrate agricole.
Se queste cifre reali non vi convincono, date un occhio agli stessi più recenti documenti dell’amministrazione americana. Tre giorni prima del Giardino delle rose, l’Executive Office del presidente americano ha reso pubblico il 2025 National Trade Estimate Report on Trade Barriers. Anche in quel documento, l’analisi è condotta paese per paese. Andate a pagina 129 e alle trentadue successive, dedicate all’Unione europea. Troverete scritto all’inizio quanto segue: “Nel 2023 i dazi medi praticati dalla Ue sui beni importati dagli Usa sono stati del 5 per cento, come media tra i pesi relativi rappresentati dal 4,3 per cento sui beni industriali e il 10,8 per cento sulle derrate agricole”. Segue riconoscimento che i dazi Ue sono rigorosamente coerenti alla clausola Most Favored Nation delle regole Wto.
Tutte le trenta pagine successive sono sui cosiddetti “imbrogli” antiamericani, con l’intero elenco dell’iper regolazione Ue degli ultimi anni su ogni settore della produzione: dalla chimica all’industria alimentare, dal packaging alle emissioni di CO2, dalla rendicontazione d’impresa ai limiti al biotech nell’agricoltura al Green Deal e all ’AI Act. Ma si di omette un dettaglio essenziale: questa regolazione ipertrofica non è nata per ostacolare l’import americano, purtroppo le sue prime vittime sono proprio le imprese europee. Se invece in Europa ci mettessimo a elencare tutte le restrizioni contro imprese Ue e straniere applicate a favore del made in Usa dalla pioggia di norme protezioniste varate sotto Trump-1, Biden e Trump-2, e ci sommassimo anche i massicci aiuti di stato americani, supereremmo in valore i 2 trilioni di dollari. Che dazi dovremmo applicare in risposta? Il problema ora è come davvero pensare di trattare su queste basi pindariche, che con i dati reali nulla hanno a che fare. E’ il nuovo mondo in cui Trump vuole farci entrare tutti: quello grottesco in cui, per restare sui classici del cinema, per trattare con Washington ci vorrebbe un Peter Sellers del mitico “Hollywood Party” di Blake Edwards.