Quello che Landini e Meloni non dicono sul calo della produzione e l'aumento del lavoro

Luciano Capone
|1 mese fa
Foto:Ansa. 
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La piattaforma dello sciopero generale della Cgil contro la legge di Bilancio, ormai una tradizione italiana che cade tra il Black friday e il Natale (è il quinto negli ultimi cinque anni), è la solita lista dei desideri che non sembra tenere conto dei vincoli di bilancio e del contesto internazionale (aumento delle pensioni, aumento dei salari, aumento della spesa pubblica, no al riarmo).
Anche perché l’economia è caratterizzata da incertezza e da un quadro di non facile interpretazione. Se ad esempio si prendono gli ultimi dati dell’Istat sulla produzione industriale e sul mercato del lavoro, sembrano descrivere due economie diverse. La produzione industriale diminuisce costantemente, anche a ottobre -1 per cento, da ormai tre anni. Eppure nello stesso arco temporale, da ottobre 2022 a ottobre 2025, i posti di lavoro sono aumentati di circa 1 milione di unità, tutti a tempo indeterminato (+1,2 milioni) mentre quelli a termine sono fortemente diminuiti (-500 mila). E non si tratta semplicemente di una ricomposizione tra settori, con un passaggio dalla manifattura ai servizi, in un periodo di grandi choc per l’industria (dalla crisi energetica alla transizione green, passando per i dazi di Trump). Perché questo duplice e contraddittorio fenomeno ha attraversato anche il settore manifatturiero.
Rispetto ai livelli pre Covid l’industria ha visto perdere circa 7 punti di produzione e aumentare di quasi 2 punti l’occupazione. Nel biennio 2023-2024 gli occupati nel manifatturiero sono aumentati del 2 per cento, mentre la produzione ha segnato -5,3 per cento e il valore aggiunto -1,3 per cento. Anche gli ultimi dati dell’Istat sul terzo trimestre 2025 indicano un mercato del lavoro che va in controtendenza rispetto al declino dell’attività industriale. Non c’è un solo dato negativo. Se si considerano i soli dati dell’industria nell’ultimo anno aumentano gli occupati (+1 per cento), aumentano gli occupati a tempo pieno (+1,1 per cento) molto più di quelli a tempo parziale (+0,2 per cento), aumentano le ore lavorate (+1,5 per cento) e le ore lavorate per dipendente (+0,6 per cento), diminuisce la cassa integrazione (-2,9 ore su mille) e aumentano le retribuzioni (+2,6 per cento). Ma com’è possibile che mentre la produzione industriale diminuisce le imprese fanno più assunzioni? Quanto è sostenibile un aumento degli occupati in assenza di una crescita economica? E con quali retribuzioni?
E’ un fenomeno di non semplice spiegazione. Innanzitutto implica una caduta della produttività. Sebbene il dato della produzione industriale possa essere ingannevole, nel senso che per misurare la produttività bisogna guardare il valore aggiunto, resta il fatto che anche il valore aggiunto dell’industria è diminuito e comunque è andato peggio dell’occupazione. Quindi c’è stata sicuramente una perdita di produttività. Qual è la spiegazione? Un’ipotesi era stata avanzata dalla Banca d’Italia con il “cambiamento dei prezzi relativi degli input di produzione”. La tesi è che, con l’interruzione delle catene di approvvigionamento post Covid e poi, soprattutto, con lo choc energetico, il costo dei beni intermedi ed energetici è aumentato molto di più dei salari. A questo si è aggiunto anche l’aumento del costo del capitale, per effetto dell’incremento dei tassi di interesse. Di conseguenza, il fattore lavoro è diventato relativamente più conveniente, producendo due effetti: da un lato le aziende nei settori ad alta intensità di lavoro (tipo servizi e turismo) sono andate meglio e hanno assunto di più; dall’altro, le aziende anche nel settore manifatturiero hanno modificato i processi produttivi sostituendo, dove era possibile, gli input relativamente divenuti più costosi (come il capitale e l’energia) con il lavoro. La spiegazione, risalente ormai a due anni fa, era sicuramente valida allora. Ma nel frattempo c’è stato un aggiustamento dei prezzi: il costo dell’energia è diminuito, i tassi di interesse sono stati tagliati e il costo del lavoro è aumentato per via dei rinnovi contrattuali. Quella convenienza relativa negli ultimi due anni si è ridotta.
L’altra possibile spiegazione, come segnalato anche nell’ultimo ultimo rapporto del Centro Studi di Confindustria, è quella del labour hoarding: in una fase di rallentamento, le imprese trattengono più forza lavoro del necessario. Dipende da fattori come la rigidità del mercato del lavoro e, nel caso italiano, anche dalla dinamica demografica. In una periodo in cui è difficile reperire manodopera e in cui, nei prossimi anni, è prevista l’uscita di molti lavoratori anziani, le imprese hanno assunto nuovo personale da formare in vista del passaggio generazionale e cercato nuove competenze per cambiare i processi produttivi in una fase di profonda trasformazione tecnologica.
Ma questo vuol dire che nel prossimo futuro, in assenza di un aumento della produttività, non ci sono margini per un aumento dei salari né per un aumento degli occupati né per un aumento di competitività delle imprese. E’ uno scenario lontano dai trionfalismi del governo sull’occupazione e dalle soluzioni semplicistiche della Cgil sui salari, ma su cui entrambi dovrebbero confrontarsi insieme alle Confindustria per evitare un futuro di deindustrializzazione del paese.

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