Logo La Nuova del Sud

La condanna della "legge della giungla"

L'Iran è la crisi che mette alla prova Pechino

|
L'Iran è la crisi che mette alla prova Pechino
L'ex ministro della Difesa cinese Dong Jun con il suo omologo iraniano Aziz Nasirzadeh, quello russo Belousov e quello bielorusso Khrenin alla Sco di giugno scorso (AP)
Ieri il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, quarantotto ore dopo l’inizio delle operazioni di Stati Uniti e Israele contro l’Iran e la risposta del regime diffusa contro il Golfo, ha parlato al telefono con il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, poi con il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, e infine con il capo della diplomazia omanita Sayyid Badr bin Hamad Al Busaidi. Il giorno prima, Wang aveva parlato con il suo omologo russo, Sergei Lavrov. Pechino lavora al suo consueto valzer diplomatico, ma da questa crisi ha molto da perdere.
Al telefono con Lavrov, l’altro ieri, Wang è stato esplicito nella posizione ufficiale della Cina sul conflitto: per la Repubblica popolare attaccare uno “stato sovrano senza l’autorizzazione del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite” minerebbe le fondamenta della pace “stabilite dopo la Seconda guerra mondiale”, e così si rischia “la regressione mondiale alla legge della giungla”. Nel mondo occidentale, Pechino sceglie di parlare con la Francia, e con toni più moderati: Wang avrebbe espresso “l’auspicio che la Francia mantenga una posizione obiettiva e imparziale, rimanga calma e razionale e collabori con la Cina per promuovere una de-escalation”. Alla legge della giungla, nuovo mantra della diplomazia della Repubblica popolare, Pechino però contribuisce attivamente, e non solo nell’Indo-Pacifico. Ieri la portavoce del ministero degli Esteri cinese, Mao Ning, ha confermato la morte di un cittadino cinese a Teheran, e ha detto che la Cina è particolarmente preoccupata dalle “ripercussioni regionali”, perché gli attacchi iraniani sono arrivati pressoché in tutti i paesi del Golfo con cui da anni Pechino costruisce la sua rete di cooperazione con una presenza gigantesca, in termini di espatriati e di aziende. Negli ultimi anni, l’unico successo diplomatico notevole (non tanto negoziato quanto benedetto) di Pechino era stata la riapertura, nel 2023, del dialogo fra Arabia Saudita e Iran, definitivamente interrotta dopo che nelle scorse ore Teheran ha attaccato anche Riad e alcune sue infrastrutture strategiche. La crisi in medio oriente è un test di credibilità anche per l’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai, la famigerata Sco di cui dal 2023 fa parte anche l’Iran e che nasce come piattaforma di difesa a guida cinese per i paesi dell’Asia centrale, che soltanto ieri ha pubblicato un comunicato per condannare le operazioni americane e israeliane ed esprimere solidarietà “al popolo iraniano”.
Se l’influenza pubblica di Pechino sembra limitata in questa crisi, come lo era stata durante la guerra dei dodici giorni, è proprio perché la Repubblica popolare non ha alcun interesse a costruire azioni diplomatiche volte a limitare le crisi, sul modello che conosciamo in occidente, ma piuttosto a trarne vantaggio. Ancor meno appare plausibile l’idea di un intervento militare diretto a sostegno degli alleati e dei partner. Piuttosto Pechino fa quello che gli riesce meglio: vende. Secondo Reuters, dopo la guerra di giugno dello scorso anno la Cina avrebbe accelerato la vendita di missili antinave a Teheran. Alcune fonti di Middle East Eye hanno detto che Pechino avrebbe fornito anche diversi droni kamikaze all’Iran – la cui produzione è limitata dalle esportazioni in Russia –, sistemi di difesa aerea e missili, tra cui anche il missile ipersonico planante Dongfeng-17. Ci sarebbero voci non confermate della presenza a Teheran, subito prima dell’attacco israeliano di sabato scorso, di un contingente di consiglieri militari cinesi arrivato per aiutare i pasdaran a usare i sistemi radar e missilistici – compreso il sistema di navigazione satellitare BeiDou, l’alternativa al Gps americano – made in China. Per ora, però, non sono stati individuati armamenti cinesi tra i detriti degli attacchi nel Golfo.
Ma c’è anche un altro fattore da considerare se si parla del ruolo cinese nella guerra. Da giorni gli analisti internazionali discutono di una questione: se le ultime due azioni militari della Casa Bianca non siano in realtà collegate all’obiettivo di contenimento della Cina, il più grande importatore al mondo di greggio, perché è dal Venezuela e dall’Iran che Pechino otteneva una parte del suo fabbisogno petrolifero a basso costo, eludendo le sanzioni internazionali. La domanda cruciale a questo punto è se la visita di stato del presidente americano Donald Trump a Pechino, prevista per il 31 marzo, si farà ancora oppure no.