Sono gli ordini di biancheria fine, “ghette” à la Mussolini, cappelli Borsalino, camicie in popeline rigato e completi da giorno di seta, che il loro avvocato effettua al sarto Pasquale Mazzilli di via della Croce fra il maggio del 1925 e il febbraio del 1926, un mese prima del processo-farsa di Chieti, perché i suoi imputati possano ben figurare davanti al giudice e all’opinione pubblica e naturalmente goderne dopo la scarcerazione. Sotto teca, di fronte alle riproduzioni anatomopatologiche della vittima, del cranio schiacciato e delle enormi chiazze di sangue sulla giacca, quell’elenco di conti pagati dal governo “all’oste Salvi Fernando” incaricato di introdurre delikatessen a Regina Coeli, dove si tengono banchetti e festini testimoniati da immagini sfacciate, i soldi dati alle famiglie e una ricca serie di ulteriori prebende, per il totale strabiliante di 366mila lire di allora, anni in cui si sognano le mille lire al mese, danno ancora la nausea, cento anni dopo.
Sul movente del delitto, la ricerca storica si confronta da allora. Alcuni hanno avanzato l’ipotesi che si fosse trattato di una “punizione” conclusa tragicamente (sei uomini, però, prefigurano una tragedia che doveva compiersi per forza). Come scrive Canali, vi è una versione che è un corollario della precedente ipotesi, cioè che il crimine trovi una spiegazione nella volontà di vendetta di Mussolini per il discorso di Matteotti del 30 maggio, in cui aveva denunciato abusi, violenze e illegalità commesse non solo dal governo, ma anche dai suoi scherani per le strade. Vi è infine una terza ipotesi, che spiega l’assassinio con la necessità di Mussolini di far tacere Matteotti perché convinto, con una certa ragione, che l’11 giugno il deputato avrebbe rivelato i gravi casi di corruzione di cui si sarebbero resi responsabili lo stesso capo del governo e alcuni gerarchi in relazione alla concessione del monopolio dello sfruttamento del sottosuolo italiano alla compagnia petrolifera americana Sinclair Oil, circostanza peraltro mai provata del tutto fino a oggi. I documenti esposti, che non si focalizzano sulla sola attività parlamentare di Matteotti ma sull’ambiente in cui si formò la sua anima socialista, sul Polesine dove venne rimandato con un treno speciale dopo un ritrovamento abilmente procrastinato per due mesi, lasciano che il visitatore formuli a sua volta ipotesi e valutazioni.
Resta da capire perché la premier Giorgia Meloni, che un mese fa corse a Testaccio per la mostra dedicata a Enrico Berlinguer, abbia lasciato al Mic giusto il patrocinio e al Comune di Roma la promozione di questa attenta lettura del caso Matteotti, senza cogliere l’incredibile opportunità, offerta gratuitamente, di sostenerla e di farla propria, mostrando dunque di voler saldare uno dei tanti conti aperti della pesante eredità del fascismo. Al 10 giugno manca poco, la mostra chiuderà il giorno successivo. E dopotutto, organizza Alessandro Nicosia, lo stesso fido autore dell’esposizione-evento per Tolkien.