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Kurt Gerstein voleva studiare i nazisti dall’interno e scelse di vedere l’abisso coi suoi occhi

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Kurt Gerstein voleva studiare i nazisti dall’interno e scelse di vedere l’abisso coi suoi occhi
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I grandi avvenimenti della Storia consegnano alla nostra memoria figure esemplari o al contrario esecrabili, nomi di vincitori e di sconfitti, di vittime e carnefici. Così come nei romanzi, accanto ai protagonisti si muovono personaggi secondari, meno noti e spesso dimenticati, non per questo meno interessanti. L’uomo del quale voglio raccontare la parabola è uno di loro. La sua vicenda non è paragonabile a nessun’altra, e per tale ragione fa caso a sé. Il suo nome è Kurt Gerstein.
Nelle rare foto che lo ritraggono, la sua identità è inequivocabile: capelli rasati e divisa militare da cui spunta, sul colletto nero, una doppia S. Non ci sarebbe neanche bisogno di quel dettaglio per capire che Kurt Gerstein è un ufficiale delle Waffen-SS, il suo aspetto è la rappresentazione plastica dell’iconografia nazista: biondo, occhi azzurri, sguardo sprezzante. Ma come ben sappiamo, le apparenze ingannano. Nato in seno a una famiglia borghese di origine prussiana, Kurt cresce a Münster, in Vestfalia. Il padre, magistrato, è un fervente nazionalista nostalgico della potenza imperiale tedesca. L’educazione imposta ai sette figli è rigida e punitiva, Kurt è il più ribelle, indisciplinato. Ciononostante porta a termine gli studi e si iscrive all’università dove consegue, nel 1931, la laurea in ingegneria mineraria. Convinto nazionalista, si iscrive all’associazione studentesca Teutonia, ma la politica non gli fornisce le risposte che lo assillano sin da ragazzo, la ricerca di un significato esistenziale va spostata altrove, Dio è l’unica autorità morale degna di obbedienza. E’ così che si fa strada un appassionato sentimento religioso che porta Gerstein a frequentare il movimento giovanile protestante di cui diventa prima membro e in seguito dirigente. Quando, nel 1933, i nazisti conquistano il potere, la maggioranza dei tedeschi, accecati dalla fede nel Blut und Boden (Sangue e Suolo), riconosce Hitler quale protettore della minacciata identità germanica: l’80 per cento degli uomini di chiesa, protestanti e cattolici, appoggiano il partito nazista tedesco. Fra loro, anche Kurt Gerstein, che si iscrive al Nsdap.
L’adesione al partito è il primo segnale di ambiguità nella personalità di Gerstein, e sarà fonte di profondi tormenti. Non condividendo la politica antireligiosa promossa dal Reich che pretende “una Chiesa evangelica di cristiani di razza ariana” allineata al Nazionalsocialismo, Gerstein matura il primo conflitto interiore e si unisce a una frazione minoritaria di opposizione, autodefinita “Chiesa confessante”. Una presa di posizione che mette in allerta la Gestapo. Durante una perquisizione nella sua abitazione, vengono rinvenuti opuscoli antinazisti che gli costano l’espulsione dal partito, il licenziamento dall’impiego nelle miniere statali e sei settimane di carcere. Le preoccupazioni professionali e familiari (è fresco di matrimonio con la figlia di un pastore protestante con la quale metterà al mondo tre figli), il dilemma fra lealtà patriottica e fedeltà alla Chiesa, e soprattutto le pressioni del padre, lo costringono a redigere una domanda di riammissione nella quale ammette la propria colpevolezza. Un’abiura a cui accondiscende solo per volere paterno. Ottenuto il reintegro nel partito, si trasferisce a Tubinga per studiare medicina ma non abbandona l’impegno religioso. La Gestapo lo arresta di nuovo, come accade ad altri membri della Chiesa confessante. Stavolta, oltre a qualche mese di prigione, lo aspetta il campo di concentramento dal quale uscirà provato nel fisico e nello spirito al punto di pensare al suicidio. Tornato in libertà, si ritrova senza lavoro e senza soldi, spesi quasi interamente per foraggiare le attività religiose. E’ preoccupato per il suo futuro e per quello della sua nazione. Scrive allo zio espatriato negli Stati Uniti al quale rivela di essere nel mirino del regime e di temere un nuovo arresto: “Sarebbe la mia morte”. Nella lunga lettera gli confida i suoi tormenti: “Il popolo tedesco, la gioventù tedesca, devono essere istruiti alla fede di Dio o devono credere soltanto alla bandiera insanguinata, ai luoghi di culto, ai confini, alle razze? Il Nazionalsocialismo pretende di impadronirsi dell’uomo e dominarlo fino al più profondo del suo essere. Si stanno mettendo contro Dio, ma Dio non può essere beffato”.
La fiducia iniziale nei confronti del regime si sta sgretolando, Gerstein ne intuisce i pericoli nascosti dietro le grandi promesse. Fin quando quello che era un sospetto diventa certezza. Nel programma di soppressione dei disabili fisici e psichici condotto in gran segretezza, finisce la cognata di Gerstein, ricoverata per disturbi nervosi. Il certificato di morte per “sopraggiunti problemi cardiaci” viene inoltrato alla famiglia insieme alle ceneri della congiunta. Gerstein è convinto sia stata uccisa in quanto “non degna a vivere”, secondo la definizione dei medici carnefici, ma non può dimostrarlo. E’ allora che prende la decisione più controversa della sua vita: “Non avevo che un solo desiderio: vedere, veder chiaro in tutto questo ingranaggio e allora gridare in mezzo a tutti! Anche se la mia vita sarebbe stata minacciata, non avevo scrupoli. Chiesi di entrare volontario nelle SS per condurre una battaglia attiva e conoscere gli obiettivi dei nazisti e i loro segreti”, scrive in quello che verrà ricordato come Il rapporto Gerstein. Il solo modo per combattere il nazismo, dunque, è farne parte, da infiltrato e senza copertura. Il cristiano Gerstein decide di scendere all’inferno, senza immaginare quanto profondo sarà quell’abisso. Una decisione accolta con stupore dai suoi conoscenti e orgoglio dal corpo delle Waffen SS che interpreta la richiesta come un bisogno di riscatto dagli “errori” passati. Al pastore della sua diocesi, preoccupato per il suo destino, confiderà: “Se sentirete cose strane sul mio conto, non crediate che io sia cambiato. Mi sono arruolato per due ragioni: la rovina verrà, è sicuro. Verrà il giudizio divino. Questi desperados proveranno a uccidere coloro che considerano nemici, non è dall’esterno che potranno essere ostacolati, ma solo da qualcuno che farà sparire gli ordini o li trasmetterà mutilati. E’ questo il mio ruolo! L’altra ragione è la seguente: mia cognata è stata uccisa, e io voglio sapere chi sono i suoi assassini”.
La folle missione di Gerstein raggiunge ben presto obiettivi insperati. Grazie ai suoi studi in chimica e medicina viene destinato al servizio d’igiene delle Waffen SS e incaricato della disinfezione nei campi di concentramento. Nel giugno del ‘42, il ruolo storico di Kurt Gerstein prende corpo grazie a una missione segreta affidatagli dai suoi superiori: l’acquisizione di 100 kg di acido cianidrico, il tristemente noto Zyklon B, la cui destinazione è conosciuta solo dall’autista del camion. Dopo aver fatto rifornimento in una fabbrica vicino Praga, il camion procede verso la Polonia e fa sosta nei campi di concentramento di Belzec e Treblinka. Gerstein non conosce il motivo della fermata, ma lo scoprirà di lì a poco quando gli verrà richiesto di assistere a una procedura. Il capitano Wirth, che lo accompagna, gli sussurra: “Non sono più di dieci ad aver visto ciò che voi vedrete”.
Tutto ha inizio con l’arrivo di un treno da cui sbarcano seimila persone alle quali viene ordinato di togliersi vestiti, protesi dentarie e occhiali. E’ Gerstein a descrivere la scena, lasciamo a lui la parola: “Fu chiesto loro di appaiare le scarpe con pezzetti di spago distribuiti da un bambino. Consegnare tutti i valori, tutto il denaro. Alle donne furono tagliati i capelli, poi cominciò la marcia. Uomini, donne, ragazze, bambini di ogni età, mutilati, tutti completamente nudi, al gelo. In un angolo, un robusto SS dice ai disgraziati con voce paterna: 'Non vi succederà niente di male! Bisogna solo respirare molto profondo, fortifica i polmoni!' Un’ebrea di circa quarant’anni, gli occhi come fiamme, maledice gli assassini, ne riceve qualche frustata e scompare nella camera a gas. Molti pregano, e io con loro. Mi stringo in un angolo e imploro il mio e il loro Dio. Come avrei voluto entrare insieme a loro nelle camere a gas…”. Il racconto continua, terribile, fino alla fine, ma io non ho la forza di trascriverlo. Quello a cui assiste Kurt Gerstein va al di là della sua immaginazione. Noi, ora, sappiamo. Lui lo scopre in quel momento, e in quel momento comincia a morire.
Le oltre duemila persone stipate in quattro stanze di novanta metri quadrati ci mettono quasi tre ore a morire, un tempo infinito dovuto al malfunzionamento del motore diesel. La necessità di escogitare un sistema di annientamento più rapido spiega l’incarico affidato a Gerstein: lo Zyklon B che si è procurato, ora gli è chiaro, non sarà destinato alla disinfezione degli ambienti. Col pretesto di un’avaria causata dalla decomposizione del gas, Gerstein distrugge il carico di Zyklon B, l’unica azione di sabotaggio che gli è possibile mettere in pratica. Ora deve trovare il modo di rendere il mondo partecipe di quell’abominio. L’occasione si presenta il giorno dopo, su un treno notturno che da Varsavia è diretto a Berlino. Fra i passeggeri c’è un diplomatico svedese, il barone Göran von Otter. Gerstein, in divisa da ufficiale, è seduto di fronte: “Notai che mi lanciava delle occhiate. Era pallido, molto teso” racconta lo stesso Otter, “voleva attaccare discorso, era evidente”. Quando il treno si ferma, in aperta campagna, Otter scende a fumare una sigaretta. Gerstein lo segue: “Devo riferirle una cosa terribile”. Ha inizio così il racconto dell’ufficiale Gerstein, “Un fiume in piena”.
I due rimangono insieme diverse ore durante le quali Gerstein non lesina particolari, fornisce documenti, mostra le fatture per l’acquisto dell’acido, singhiozza, prende fiato ma non si ferma. “Era disperato, nascondeva il volto fra le mani, pensai che non avrebbe sopportato a lungo quel peso”. Dopo l’iniziale scetticismo il diplomatico non nutre più dubbi: “Era tutto così spaventoso da sembrare incredibile, ma il suo modo di parlare, la sua sofferenza, mi hanno convinto”. Rientrato a Berlino, Otter informa l’ambasciatore del suo paese, il quale gli consiglia di riferire quanto saputo al Ministero degli Esteri. Dal Ministero si suggerisce però al diplomatico di “lasciar perdere”, se ne sarebbero occupati loro. E Otter, colpevolmente, passa il testimone. La Svezia, che non vuole compromettere i rapporti con la Germania, non farà nulla. Sei mesi dopo, mentre sta uscendo dagli uffici della legazione svedese a Berlino, Otter si sente chiamare da dietro un cespuglio: “Era Gerstein. Aveva un aspetto orribile. Mi raccontò del mancato incontro con il nunzio pontificio e con il ministro svizzero e mi chiese cosa avessi fatto…”. In quei mesi, rischiando l’accusa di alto tradimento, Gerstein aveva cercato di mettere al corrente più gente possibile ma nessuno era intervenuto. Sebbene in molti sapessero, il solo a denunciare fu lui. Soltanto alla fine della guerra gli svedesi avrebbero trasmesso a Londra il promemoria di Otter.
Il 21 aprile del ‘45 Gerstein si consegna ai francesi e mette nelle mani di due ufficiali il rapporto di tutto ciò che è in sua conoscenza. L’ha scritto in tre lingue, per essere sicuro: tedesco, inglese e francese. E’ fiducioso, nonostante lo stato di prostrazione in cui versa, minato nel corpo e nell’anima. Finalmente la sua voce verrà ascoltata. Ma il suo sacrificio si rivelerà inutile, e il finale di questa storia è tragico quanto il suo svolgimento. Il testimone inascoltato Kurt Gerstein, considerato criminale di guerra e indagato per complicità nello sterminio, viene trasferito in un carcere militare. Il 25 luglio 1945 il suo corpo senza vita giace sul pavimento di una cella del carcere di Cherche-Midi. Il decesso verrà refertato come suicidio per impiccagione. Pochi giorni prima Gerstein aveva scritto a un amico: “A te i miei auguri di felicità per la liberazione del tuo paese dalla nostra razza di vipere e di criminali. Per quanto oscura possa essere oggi la nostra sorte, quella gente orribile non doveva vincere. Domanda ai tuoi se adesso almeno credono a quello che si è passato a Belzec e altrove. Io ringrazio Dio di aver potuto fare di tutto, nel limite delle mie forze, per far scoppiare quell’ascesso che si era formato sul corpo dell’umanità. A te e a tutti i tuoi io auguro, dopo questi tempi così difficili, di poter di nuovo respirare”. Chi tacque fu dunque giudicato innocente. Chi si oppose, complice del male.