Mentre l’aria di Delhi sembra migliore di quella di Milano, e da giorni gli hotel di lusso della capitale si preparano ad accogliere primi ministri, leader e delegazioni – compresi body scanner e security check agli ingressi – l’India di Narendra Modi continua a lavorare al suo obiettivo politico di emergere come potenza di dialogo, di stabilità e influenza alternativa soprattutto alla Repubblica popolare cinese, e lo fa con l’interesse soprattutto delle democrazie occidentali. E’ per questo, per esempio, che il ministro degli Esteri lituano Gabrielius Landsbergis, da due anni uno dei volti della politica estera europea, è volato da Monaco a Bruxelles, per il consiglio dei ministri degli Esteri dell’Ue di lunedì, e poi nella capitale indiana sempre con un messaggio preciso: l’Europa deve trovare una soluzione alla guerra, una soluzione creativa, per permettere all’Ucraina di continuare a difendersi dalla Russia. Non si può perdere tempo. Un anno fa, proprio qui a Delhi dal palco del Raisina, il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov aveva accusato l’Europa e l’America di voler infliggere una sconfitta alla Russia solo per il loro predominio sull’ordine mondiale. Ma qualcosa è cambiato, da un anno a questa parte, e si vede anche dagli ospiti di questa edizione della “Davos dell’Indo-Pacifico”.
Lavrov ha preferito andare al vertice più istituzionale, quello dei ministri degli Esteri del G20 in Brasile, che si tiene oggi e domani a Rio de Janeiro. Il presidente brasiliano Lula – che ha appena richiamato l’ambasciatore israeliano dopo una crisi diplomatica che va avanti da giorni su Gaza – è del resto il perfetto partner della Russia di Putin e del nuovo ordine globale, tanto che due giorni fa ha chiesto di non “fare speculazioni” sulla morte di Alexei Navalny. A Rio, ci sarà anche il segretario di stato
Antony Blinken, nel tentativo di
ridimensionare il peso nel G20 di Cina e Russia, e ci sarà il suo omologo inglese David Cameron, che visiterà anche l’Argentina e le Isole Falkland, la prima visita di un ministro inglese dal 2016. Nelle stesse ore dall’altra parte del mondo, al Raisina Dialogue,
si parlerà soprattutto di Ucraina e di Taiwan con i ministri degli Esteri, tra gli altri, di Germania, Polonia, Romania, Repubblica ceca e la viceministra degli Esteri di Kyiv
Iryna Borovets. L’India di Modi, in vista delle elezioni della prossima primavera, vuole ritagliarsi il suo spazio di autonomia e vantaggi reciproci, ma con pragmatismo. E infatti le importazioni indiane di petrolio russo il mese scorso sono scese al minimo da un anno, con un calo del 35 per cento rispetto al picco dell’anno scorso.
Secondo il Nikkei, l’India sta cercando di diversificare le sue fonti di approvvigionamento, e il ministro del Petrolio indiano ha fatto sapere che la convenienza del greggio russo non c’è più. Nella regione del Mar Rosso l’India, pur non avendo aderito
all’operazione a guida americana Prosperity Guardian, ha dispiegato dieci navi da guerra per combattere la pirateria e gli attacchi dei miliziani senza mai menzionare direttamente gli houthi, il gruppo yemenita sostenuto dall’Iran con cui Delhi – e soprattutto l’abile diplomatico e ministro degli Esteri di Modi,
S. Jaishankar – sta cercando di rafforzare le relazioni, con un pragmatismo che da Washington osservano con attenzione, ma che, dice una fonte diplomatica americana al Foglio, “prima o poi potrebbe tornarci utile”.