Amici di sinistra, io
Zohran Mamdani l’ho votato e mi sono pure emozionato durante il discorso di accettazione, ma se pensate di
applicarne il modello alla nostra politica vi avviate a una cocente delusione. Alcune sue proposte economiche mi sembrano irrealizzabili, e spaventa sia l’inesperienza che qualche tono populista, ma nel finale della campagna ha smentito dichiarazioni inaccettabili quali “l’intifada globale”:
da sindaco sarà costretto a fare i conti con i compromessi della politica, altro che definanziare la polizia.
L’ho votato perché secondo l’insegnamento di papa Roncalli non vedo una persona da dove viene, ma dove va, e oggi è importante dare un segnale a un’Amministrazione che concepisce il potere come imposizione e ricatto, disprezza gli avversari e restringe le libertà individuali. Non sono tra coloro che negano risultati quali la tregua, per quanto precaria, e la liberazione degli ostaggi in medio oriente, e mi interessa poco la volgarità propinata quotidianamente: Lyndon Johnson, a cui dobbiamo il Civil Rights e l’assistenza sanitaria per i meno abbienti, non aveva modi molto più raffinati. Con gli immigrati tuttavia è stata superata una linea rossa: Biden e Obama ne hanno espulsi di più, ma le immagini delle persone incatenate o in gabbia alle spalle di Kristi Noem, sono indegne di un paese civile. A questo va aggiunta la trasformazione di New York – anche in questo caso da parte di politici di ogni colore – in una metropoli nella quale può permettersi di vivere solo chi ha un reddito alto: finanzieri e immobiliaristi hanno votato in massa Cuomo, espressione organica all’establishment e al partito.
Sebbene sia nato in una condizione di privilegio – la madre è la bengalese Mira Nair, il padre il docente ugandese Mahmood Mamdani – il nuovo sindaco rappresenta la quintessenza del sogno americano. “New York rimarrà una città di immigrati, costruita da immigrati, resa potente da immigrati, e da stasera guidata da un immigrato” ha dichiarato: nulla di tutto ciò può applicarsi all’Italia, e le sue parole confermano che New York non rappresenta un’eccezione, ma una realtà che il resto dell’America potrà divenire.
Capisco il vostro entusiasmo, corroborato dai
risultati in Virginia, New Jersey e California, ma si tratta di realtà culturalmente, economicamente e politicamente diverse. I provvedimenti del nostro governo non sono paragonabili a quelli dell’amministrazione, e solo per fare un esempio, Sixty Minutes, a cui si ispira il giornalismo di inchiesta di tutto il mondo, è stato multato con 16 milioni di dollari per aver sbilanciato a favore di Kamala Harris le interviste elettorali. Nella città degli immigrati vivono 349 mila milionari tra cui 129 miliardari: un habitat unico al mondo, nel quale Mamdani propone la “tassa ai ricchi”, i quali minacciano di trasferirsi altrove, con potenziali effetti catastrofici sull’economia della città. Le sperequazioni italiane non hanno nulla di simile, come la mobilità interna.
Il sindaco che prendete a modello ha seguito in campagna elettorale i punti programmatici dei socialdemocratici americani, a cominciare dal ritiro della Nato e la nazionalizzazione delle aziende manifatturiere e tecnologiche, oltre a quelle dei servizi pubblici e delle ferrovie, quanto di più inaudito in America. Siete sicuri che sia una scelta giusta, praticabile e di successo? E come vi ponete sulla globalizzazione, considerata uno strumento del neocolonialismo, come insegna Mamdani Sr. alla Columbia? E’ solo un paradosso che sia una lotta speculare a quella di Trump? Io continuo a pensare che il segnale di questa vittoria sia superiore ai rischi che comporta, ma l’invaghimento nostrano rivela un antiquato substrato ideologico, e non è un caso che si tenda a glissare che il successo è arrivato sconfiggendo i potentati che hanno condizionato per decenni il partito.