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Editoriali

Continua ad aumentare l’occupazione stabile, nonostante guerre e dazi

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Continua ad aumentare l’occupazione stabile, nonostante guerre e dazi
Foto Ansa
Il mondo è attraversato da guerre, dall’Ucraina al Medio oriente, da guerre commerciali (i dazi di Trump e le ritorsioni degli altri paesi), da rischi energetici (shock sul prezzo del petrolio) e finanziari (ricadute sul mercato dei titoli di stato). Ma al mercato del lavoro italiano non interessa: continua a crescere come prima. A maggio, secondo i dati dell’Istat, c’è stato un aumento degli occupati di 80 mila unità, dovuto a un incremento degli occupati permanenti (+67 mila) e degli autonomi (+17mila) mentre scendono leggermente i dipendenti a termine (-4 mila). Il trend è più eloquente su base tendenziale: +408mila occupati in un anno, di cui + 388mila a tempo indeterminato, +175mila autonomi e -155mila a tempo determinato.
Con 24,3 milioni di occupati, il tasso di occupazione è salito al 62,9 per cento (record assoluto). A maggio si è registrato un aumento della disoccupazione (ora al 6,5 per cento), ma anche questo è un dato positivo perché è il frutto del calo degli inattivi (scesi al 32,6 per cento): vuol dire che più persone hanno iniziato a cercare un posto di lavoro. Il mercato del lavoro non è mai stato così forte: ormai da quattro anni l’occupazione cresce a un ritmo di 500mila nuovi lavoratori all’anno; aumentano gli occupati permanenti, diminuiscono quelli a termine e anche gli inattivi. Il dato del lavoro di maggio è una spia interessante di ciò che accade all’attività economica dopo che nel primo trimestre dell’anno il pil è cresciuto dello 0,3 per cento. Si temeva che la crescita del primo trimestre fosse il prodotto di un anticipo delle esportazioni in vista dell’introduzione dei dazi di Trump, e questo timore aveva trovato parziale conferma nel fatto che ad aprile l’occupazione era rimasta stabile. La forte ripresa delle assunzioni a maggio, invece, suggerisce anche una ripartenza dell’attività economica. Ciò vuol dire che l’obiettivo inserito dal governo nel Dfp di una crescita dello 0,6 per cento nel 2025 è alla portata e può anche essere superato.