Chiacchiere da foyer con Federico Mollicone, insospettabile melomane
Michele Masneri
|1 mese fa

Foto ANSA
E’ passata una settimana ma ancora si parla della prima della Scala, quella Lady Macbeth del distretto di Mcensk che portò una sfiga bestiale al povero Shostakovich, con una recensione sfavorevole di Stalin in persona e conseguente censura trentennale. Ma lì, nel favoloso teatro del Piermarini, tra dame impupazzate e gentiluomini in tabarro, ecco un melomane che non ti aspetti. Federico Mollicone, presidente della commissione Cultura della Camera, baldo esponente della nuova destra di governo, fisico e barba scolpiti, occhiali da Onassis, ubiquo agli eventi culturali. Qualcuno lo accusa di presenzialismo. E invece mi fa dei commenti tecnici che neanche certi antichi loggionisti col cannocchiale di madreperla. “Concertato debole”, mi spiega.
“E poi il fraseggio! Sono annegate per la corrente, recita la cantante, di due che invece hanno appena preso fuoco!” (le famose stuntwoman ricoperte di vere fiamme nella eccitante messa in scena, con pure un vero camion che irrompe distruggendo una vetrata). Insomma, tra il vasto pubblico che arriva alla Prima di Sant’Ambrogio soprattutto per farsi notare tra cappe e mantelle e pure qualche tiara, e il fuggi fuggi dopo il primo atto, di gentiluomini e gentildonne che con fare furtivo riprendono i cappotti e si danno svignandosela dal Piermarini, Mollicone resta. E gode. Resiste nelle quattro ore di spettacolo. E archiviate le polemiche consuete, vien fuori un melomane pazzesco. “Per tradizione: mio padre mi ha portato all’Opera fin da piccolo, e io ho trasmesso questa passione a mia figlia, che è abbonata a Met Opera, la Netflix della lirica, e mi dice quali sono da vedere e quali no”.
“Ma da ragazzo, oltre che a vederle, ero pure figurante”. Mollicone caccia un paio di foto di lui ventenne, vagamente foscoliano, con basette e fisicaccio. “Intorno ai vent’anni, anche per comprarmici il biglietto per l’Interrail”. Pagavano bene? “Mi pare trentamila lire a recita. E d’estate si andava a Caracalla, era bellissimo quando facevamo l’Aida, con gli animali, c’era ancora la vecchia versione anni Trenta con gli elefanti. Non era uno scherzo. Uscivi su questo palco immenso molto spesso con l’attrezzeria, per cui io ero il capitano della seconda squadra dell’Aida, avevo questa insegna di legno dorato, un capolavoro, fatto a mano dagli artisti dell’industria tecnica del teatro, che pesava 12 chili, con i vestiti originali sempre degli anni 30, quindi puzzavano pure un po’ di naftalina, però belli”. Chissà il caldo. “Ma anche l’emozione. Uscivamo, quando c’è la famosa marcia, con le fanfare, e davanti a te c’erano 5.000 persone, anche molti turisti. Non potevi sbagliare, dovevi marciare perfettamente a tempo. Poi per carità, noi eravamo l’ultima ruota del carro rispetto ai cantanti, ma si respirava comunque un’aria eccitante, eravamo parte di una comunità”. Come era arrivato a fare il figurante? “Con un vero e proprio casting. Ti facevano sfilare, ti dicevano venga avanti, faccia così, così come se fosse una sfilata di moda. C’era una forte componente gay nell’Opera romana. Poi c’erano quelli in quota figli di papà, e poi c’ero io, e nessuno si capacitava che non fossi né gay né raccomandato. Ma non si sa per quale motivo stavo simpatico alla regista di produzione fissa del teatro, Silvia Cassini”. Forse perché era un bonazzo! “D’inverno che si recitava in teatro c’erano pochi figuranti e quindi dominavano le due lobby, d’estate si allargava il numero e c’erano più possibilità”, ricorda ancora Mollicone. L’hanno mai corteggiata i figuranti gay? “No, direi di no”.
E ha mai avuto tentazioni lei? “Mai. Sono sempre stato ortodosso in quel senso”. E donne? L’hanno mai assaltata? Magari un vecchio soprano… “Per un po’ ho avuto una storia proprio con un soprano”. Più grande? “Più grande. Rossiniana. Poi è diventata famosa”. Ci dica subito il nome. “Non posso”. Non faccia così! La Kabaivanska? “No”. “Comunque è normale, avevo vent’anni…”. Certo l’idea dello young Mollicone bonazzo di destra che fa l’Interrail e l’amore con le cantanti d’opera fra i turisti di Caracalla sembra una versione alla romana di Nella carne, il romanzo Adelphi di David Szalay che celebra il maschio bianco etero, che ha appena vinto il Booker Prize. Ci starebbe pure bene una serie sulla destra romana, anzi un musical. Basta col grigiore del Colle Oppio! Entrino gli elefanti e le piume di struzzo!
“Poi ho conosciuto tutti i grandi. Pavarotti, gentilissimo e molto superstizioso, con il suo foulard sempre in mano. Daniel Oren, Zeffirelli, Bolognini. Il sovrintendente dell'Opera di Roma dell'epoca, Gian Paolo Cresci, spendeva e spandeva, aveva un’idea grandiosa dell’Opera, abbiamo pure fatto un presepe vivente coi cantanti sulla scalinata di piazza di Spagna. Ci spedì dalla Iorio, mitica maestra di ballo. Io avevo imparato otto movimenti”. Cioè? “Sì otto coreografie, sdraiato, eccetera. Tecnicamente sono anche un ballerino”. Un artista completo! “Sto anche nel film Farinelli voce regina, dove interpreto uno dei moribondi dell’Ermione, al San Carlo di Napoli, mentre mi metto la mano in capo, appunto una di queste otto coreografie, e il coro intona il famoso canto: Troia, qual fosti un dì!”, frase che ogni tanto ripeto anche in altri contesti con un altro significato”. Immagino, la politica dev’essere stressante. Opera preferita? “Sicuramente sono verdiano, e pucciniano. In assoluto la Tosca, che è una storia su Roma ma anche universale: c’è tutto, la politica, l’amore, il sesso”. Proprio nella Tosca mi mostra una foto di lui giovane fuciliere. “Lì poi il maestro d’arme caricò un po’ troppo il fucile di scena, e il martelletto saltò in testa a un altro di noi che quasi svenne”. Nostalgia? “Oggi non si fanno più storie così. L’Opera contemporanea tende al minimalismo, ai piccoli sentimenti. Ma non sono un passatista. Mi piace Michieletto per esempio, che pur essendo contemporaneo ha una sua grande forza espressiva”. Ha visto il Lohengrin appena concluso a Roma? “No, purtroppo, ero in missione all’estero”. Ma come, un esponente di destra che non va a vedere Wagner. Woody Allen sosteneva che vien voglia di invadere la Polonia. “Ma ero all’estero, gliel’ho detto! Ne ho viste altre versioni”. Insomma lei è proprio innamorato dell’Opera. “Noi parliamo oggi di immersività, ma cosa c’è di più immersivo di stare tre ore e mezzo con tutti i sensi mobilitati, suscitati dalla musica, da questi costumi meravigliosi, anche da effetti speciali molto spesso particolari?”.
Tre ore e mezzo se va bene. Tre ore e mezzo è ottimistico. Quattro la Macbeth russa, cinque col Lohengrin di Roma... “Certo, la durata sì, è un tema. Oggi abbiamo tutti una soglia di attenzione al ribasso. C’è chi propone di ridurre le rappresentazioni per i giovani a due ore, come il sottosegretario Mazzi, che ha la delega alla lirica, e non ha torto, però dipende. Io comunque mi attrezzo. Preferisco i palchi alla platea, così uno semmai si alza ed esce un attimo. E poi porto sempre con me dei generi di conforto: caramelle balsamiche, chewing gum senza zucchero, e soprattutto mandorle, che ti tengono su senza farti ingrassare”. Ecco il segreto della sua forma. Il teatro dell’Opera di Roma le piace? Certo non è il miglior edificio piacentiniano. “Dentro è bellissimo. Fuori, insomma, sì, è un po’ infossato”.
Ma la melomania molliconica non si incrina mai. “La lirica non è solo la musica e il canto, ma è anche la grandissima tradizione sartoriale, e la grandissima tradizione scenotecnica italiana. Patrimonio che dovremmo valorizzare, con un museo dell’Opera, a Roma. Ne sto parlando con il sindaco Gualtieri, stiamo cercando di capire dove farlo. Idealmente in via dei Cerchi, dove già sta il laboratorio scenografia e costumi dell’Opera. Su mia proposta il laboratorio sarà intitolato a Maurizio Varamo, indimenticabile maestro scenografo del Teatro dell'Opera di Roma”.
E la Meloni ci va all’Opera? E’ un po’ melomane? “Sì”. L’ha instradata lei? “No, no, ci andava già di suo. Le piacciono i classici, le grandi storie d’amore. Certo prima aveva più tempo. Adesso un po’ meno. Poi diciamocelo, se devi affrontare cinque ore di spettacolo e vieni da una giornata di lavoro piena…”. Lì non c’è mandorla che tenga.

