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L’orrenda morte di Desirée occasione per riflettere

La morte della giovane Desirée ha un qualcosa di simbolico nella sua agghiacciante realtà. Quasi una sintesi del male che caratterizza il nostro tempo.

La morte della giovane Desirée ha un qualcosa di simbolico nella sua agghiacciante realtà. Quasi una sintesi del male che caratterizza il nostro tempo. Un venerdì santo che ci viene dai ghetti del degrado e della disperazione, dove la vita umana è considerata fonte di guadagno e di piacere, dalle donne vittime della violenza del maschio, dai tanti minorenni brutalizzati e infine martirizzati dai troppi Caino dei nostri giorni.Chissà quali inquietudini si nascondevano nel cuore di questa sedicenne, fino a spingerla a cercare nella droga qualcosa che lenisse le proprie ferite e chissà quali cicatrici sono impresse nel cuore dei suoi aguzzini, che hanno rinunciato ad essere uomini, lasciandola agonizzare per ore, mentre ne profanavano il corpo, perché tanto “era meglio che morisse lei, piuttosto che andare in carcere”. Diventa difficile assistere, perfino nell’immaginazione, a questa danza di demoni, ma è importante farlo. È importante che se ne parli, perché Desirée non è un caso per quanto drammatico, ma soltanto l’ultimo caso. Se la cronaca non fosse così veloce da passare via cancellando la memoria come se fossimo tutti malati di Alzheimer, a sfilare sulla scena dell’orrore oggi avremmo Pamela Mastropietro, 19 anni, uccisa e fatta a pezzi a Macerata; Sara Bosco, 16 anni trovata moribonda dalla madre presso il Forlanini di Roma; Amalia Voican trovata cadavere vicino alla basilica di San Giovanni; Alice Bros morta nel bagno della stazione di Udine... Una litania senza fine, solo per restare agli ultimi casi.Se la danza dei demoni fa inorridire, quella dell’ipocrisia porta all’indignazione. La politica s’è presa la scena in questi giorni. Chi promettendo giornate di lutto, chi l’intervento delle ruspe, e senza contare la discesa in campo della Destra di Casapound e quella dell’Associazione partigiani. Il rischio è che i riti collettivi delle ideologie e le promesse di soluzioni sbrigative finiscano per disimpegnare coloro che dovrebbero invece essere impegnati in prima linea perché tutto questo non accada più. A cominciare proprio dalla politica. Perché è un dato di fatto che non è un quartiere soltanto che va bonificato. Sono decine le zone a rischio a Roma, ma ogni città ormai ha le sue zone dove ogni genitore avveduto teme che possa finire suo figlio. È non è con una manifestazione di piazza o con la ruspa che si risolve il problema dello spaccio, quando si arresta il pusher di turno e il giorno dopo te lo vedi girare di nuovo libero a fare quello che sa fare. E che dire di una politica che autorizza l’apertura dei negozi di prodotti alla cannabis, ormai in tutte le città, come se fossero rivendite di giocattoli? Certo non è solo la politica che deve tornare a gridare l’allarme per questo ritorno alla droga di cui si parla troppo poco. Anche la scuola deve tornare a parlarne. Ma c’è poco da stare allegri se dobbiamo registrare casi come quello accaduto in questi giorni in una scuola del Veneziano, dove le forze di polizia sono entrate in aula con i cani antidroga, i quali hanno puntato dritto, senza esitazione, all’insegnante in cattedra.  E senza dimenticare il ruolo della famiglia. Ma non tanto perché in casa si gridi al lupo della droga, quanto perché le famiglie tornino a vivere in armonia, evitando che il malessere di casa spinga i figli a cercare di lenire altrove il loro star male.

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