E’la zeta la consonante del merito. Al cinema c’è la zeta di Zalone e in Forza Italia c’è la zeta Zangrillo. Il fratello è Alberto, il medico della nazione, e lui è Paolo, il ministro della Pubblica amministrazione, il padre del ddl merito, il rugbista liberale. Le violenze di Askatasuna a Torino? “Delinquenti, antistato, e il Pd di Schlein ha lasciato la porta aperta a queste frange di antistato”. Ministro, anche lei vuole fare il segretario di Forza Italia, si candiderà se ci sarà un congresso? “La nostra guida, la migliore, è Tajani, ma se servirà, e me lo chiedessero, io sono a disposizione. Ho lasciato il privato dove guadagnavo cifre di gran lunga superiori perché me lo ha chiesto Silvio Berlusconi. Ho scelto di fare politica non per necessità ma per lealtà alla famiglia. A Forza Italia, come nella Pubblica amministrazione, adesso serve più turn over”. Carlo Calenda lo vedrebbe in Forza Italia? “Lo stimo moltissimo. Mi piacerebbe avere Calenda in Forza Italia. E’ un portatore di principi sani”. Il merito è di destra o di sinistra? “E’ il sapore delle cose, il sale, la molla del talento. Se tutti siamo eccellenti nessuno lo è. Se premio tutti allo stesso modo, i meno bravi non migliorano e i talenti si demotivano e vanno via. Ecco come un’organizzazione, un’impresa, declina”. Tajani ha il talento da presidente della Repubblica? “Dopo Mattarella, Antonio sarebbe un ottimo presidente”. E Roberto Occhiuto sarà invece il prossimo segretario di Forza Italia? “Roberto è un bravissimo presidente di regione ed è anche un politico navigato ma non credo nella possibilità che faccia il segretario di FI”. E’ così navigato da far sapere che ogni lunedì pranza a Milano con Marina Berlusconi? “Anche io pranzo con Marina, conosco la famiglia Berlusconi, da trent’anni, ma non ho bisogno di dirlo, non cerco i giornalisti per farlo sapere”. C’è chi lo fa? “C’è chi lo fa”. Trump ci è o ci fa? “E’ un cowboy pittoresco. Rispettiamo l’America che va oltre Trump, ma bisogna avere il coraggio di dire che certe posizioni estreme l’Europa non le può condividere e non le condividiamo”. Entriamo a Palazzo Vidoni, la sede del generale con la penna, il ministro che guida tre milioni e mezzo di dipendenti pubblici...
Zangrillo è un ex rugbista, avvocato. Ci accoglie Teresa Marotta, capo della segreteria particolare di Zangrillo. C’è un libro strabiliante “Lei non sa chi è mio fratello!” (Sei) che raccoglie le vite dei fratelli sconosciuti. Il fratello di Gramsci, Mario, era fascista, mentre il fratello di Fausto Coppi, Serse, aveva il viso, lui sì, da italiano allegro. Con Zangrillo tutti sanno chi è l’altro (fratello) ma in realtà i Zangrillo sono quattro. Oltre Alberto ci sono Michele, che lavora a Fininvest, e Maria Cristina, dipendente pubblica (“precisiamo, è stata assunta prima di me” dice Zangrillo). Il ministro, con il fratello medico più famoso d’Italia, Alberto, non è mai andato da un dentista da quando aveva sei anni. Si sveglia alle sei di mattina, beve due caffè al giorno, da ragazzo voleva fare l’attore di teatro. Ha paura delle siringhe. E’ stato manager, guidato il personale di Magneti Marelli, Acea. La moglie Maria Luisa si occupa di risorse umane. Hanno tre figli: Carlotta (studia legge) Alessandro (economia), Francesco è campione nazionale di canottaggio a due. Nel suo ufficio, in un angolo, osservo il manifesto di una campagna pubblicitaria: il posto “figo” invece del “posto fisso”. Gli dico che nell’immaginario italiano ha vinto Checco Zalone con la sua idea del posto a vita, la svogliatezza, il fannullone di Brunetta, e il ministro sorride ma si oppone: “Se permette è una balla spaziale dire che la pubblica amministrazione è la foresta degli svogliati, di chi si accontenta, del fannullone. E’ invece vero che stavamo andando verso la lenta eutanasia dell’amministrazione pubblica. La durata di un concorso medio era di 770 giorni, in pratica due anni, e oggi la portiamo a 4 mesi. Abbiamo assunto in tre anni più di seicentomila nuovi dipendenti e abbassato l’età media del dipendente da 52 a 47 anni. E poi c’è il merito. Quando sono arrivato ho scoperto, anzi, lo ha messo nero su bianco la Corte dei Conti, che il 99,8 per cento dei funzionari raggiungeva l’eccellenza. Mi sono detto: vorrei conoscere quello 0.2 per cento che non lo raggiunge. Bisogna stabilire cosa è l’eccellenza. Per fare bene c’è la retribuzione, ma l’eccellenza è qualcosa di più, è quella fascia che illumina il talento e non può essere la totalità. E’ la ragione che sta dietro al ddl merito, il ddl appena approvato alla Camera, che fissa una quota del 30 per cento di meritevoli”. A stabilire premi e promozioni sarà il dirigente, il cosiddetto capo. Giriamo ovviamente l’accusa che è stata rivolta dalle opposizioni, l’accusa di favorire l’amichettismo, il comparaggio, e Zangrillo, genovese, tifoso del Genoa, sanguigno, che passeggia sulle montagne, “per riflettere e ritrovarmi”, risponde che è un’altra balla spaziale: “Ho come la sensazione che le opposizioni vogliano favorire una sola emulazione: quella negativa. Il dirigente conosce per nome e cognome i dipendenti ed è dunque solo quel direttore, sia chiaro, insieme a una commissione, il migliore a valutare il merito. E’ molto più banale di come si racconta: nel successo del dipendente si specchia il dirigente”. Ministro, lei è a favore della chiamata diretta anche nella Pa? “Sono a favore. Pensiamo un attimo a figure come gli hacker, figure oggi necessarie per la cybersicurezza e che vanno retribuite oltre soglia, che ricevono cifre altissime. Che facciamo con loro?”. Ci sono librerie intere, film, sul dipendente pubblico, perfino nell’abbigliamento si dice “mezze maniche” per indicare il travet. Zangrillo aggiunge: “E si racconta sempre il dipendente come lavativo, pigro…”. E non c’è del vero? “C’è di vero che in Italia l’amministrazione è stata goffa, ridondante. Sa qual è la parola? Credo che la nostra amministrazione abbia sofferto di autoreferenzialità e perso attrattività. A volte si scambia il senso di appartenenza e si finisce per essere autoriferiti”. Gli chiediamo dei salari e Zangrillo, che ha lavorato nel privato, spiega che il “il salario adesso è una parte. In passato, negli anni Ottanta, la domanda finale dopo un colloquio di lavoro era: e la retribuzione? Oggi la domanda è: ma c’è la possibilità di fare smart working? Voglio dire che il lavoro non deve più, e solo, soddisfare una giusta richiesta economica ma aspetti nuovi del vivere. E’ chiaro che il salario pubblico deve essere sempre più capace di confrontarsi con le richieste del mercato del lavoro. Dicevo prima degli hacker ma mi riferisco anche a ingegneri di elevata competenza, figure per cui è necessario superare il tetto dei 240 mila euro, tetto già superato con una sentenza della Corte Costituzionale”. Cosa ne pensa dello smart working? “Penso che abbia allentato la tensione ma penso anche che torniamo sempre alla parola merito, al dirigente. La domanda corretta non è smart working sì o no? La domanda è: so gestirlo? E’ un tema che riguarda il dirigente, la gerarchia, e così arriviamo all’altra parola che si lega al merito. E’ la fiducia. Lo smart working misura la fiducia di un ufficio”. Zangrillo mi parla del rapporto con il Mef di Giorgetti (“che ringrazio”) del rinnovo dei contratti (“ma lo sa che nel 2022 abbiamo chiuso la tornata del 2019-2020? Il governo ha ereditato i ritardi accumulati ma oggi, per la prima volta siamo in linea con i rinnovi”). Gli chiedo di Maurizio Landini e il ministro risponde: “Fa tutto fuorché il sindacalista”. Continuo con: e la sinistra? E Zangrillo: “Sono stato accusato di essere un fascista, fischiato, durante una festa dell’Unità solo per aver detto che a Torino, nelle università, ci sono spazi che vengono lasciati all’antistato. Sono stato definito fascista per aver definito ‘delinquenti’ i militanti di Askatasuna, ma i fatti di Torino hanno dimostrato che avevo ragione. Il Pd di Schlein ha enormi responsabilità, si è schiacciato a sinistra, ha lasciato la porta aperta a queste frange di antistato”. Chi ha invece sempre chiuso la porta alla politica è il fratello del ministro, Alberto. E’ vero che Berlusconi a ogni governo gli proponeva di fare il ministro della Salute? Il vero ministro racconta che ogni volta che Berlusconi si faceva avanti “Alberto replicava: sarò sempre il suo medico, ma non mi chieda di fare il suo ministro”. Torniamo al solito tormentone, la domanda che i cronisti sono costretti a formulare da tre anni: Marina si candiderà? Se lei no, lo farà Piersilvio? Zangrillo accenna un sorriso, avvicina le dita al mento, come per puntellare la frase: “Con i Berlusconi ho un rapporto che va oltre la politica. Marina è innamorata del suo mestiere e ha un amore viscerale per Forza Italia. E’ preziosissima nel darci i suoi consigli. Non credo che la sua candidatura sia nell’orizzonte così come quella di Piersilvio, che è impegnato nell’allargamento europeo dell’azienda”. Non ci resta che Tajani? E Zangrillo: “Sarà lui la guida che ci condurrà alle elezioni. Mi ha chiesto prima se può fare il presidente della repubblica. Premesso che non se ne parla con Mattarella in carica, ma non c’è dubbio che Antonio abbia l’autorevolezza internazionale per farlo. Tajani ha restituito linfa al partito, un partito che tutti profetizzavano sarebbe scomparso dopo la morte di Berlusconi”. E allora perché Marina e Piersilvio chiedono facce nuove e lamentano il “romanocentrismo”? “Perché le facce nuove ci servono e le dico di più. Le facce nuove noi le abbiamo. Dobbiamo essere solo più bravi a mostrarle, promuovere il merito. Questo intendo per turn over. Sul romanocentrismo mi sembra che abbiamo due vicesegretari del nord e due del sud. Come insegnava Berlusconi dobbiamo essere milanesi napoletani”. Lei si fida ancora di Salvini? “C’è un Salvini che si caratterizza nelle sue uscite, con idee che fanno fibrillare, ma c’è il Salvini che in Cdm è un alleato leale”. Vannacci, chi è? “Uno lontanissimo dalle mie idee. Rispettavo il militare, non condivido Vannacci politico”. Perché vi opponete alla nomina del leghista Federico Freni come presidente Consob? “Perché siamo dell’opinione che serva una figura di mediazione”. Caro Zangrillo, lo commissioniamo un film a Zalone sul merito? “Sarebbe una bella idea”. Ci rivela un mistero? Ma a pranzo da Marina cosa si mangia? Cosa cucina lo chef Ruggiero? “Riso”. Riso? “Con i colori della bandiera. Il riso di Marina è tricolore”.