Al centro del mondo del nuotatore paralimpico Alberto Amodeo ci sono le persone (di recente ha aperto il suo cuore alle famiglie del centro David Lloyd Malaspina di Milano): sono loro che rendono unico il suo percorso, costruito mattone dopo mattone come i lego che ama tanto. In camera, tra quelli a cui è più affezionato c’è un carosello con i cavalli, regalato dal nonno e altri due che ricordano i Giochi di Tokyo. Mancano quelli commemorativi delle medaglie (due ori e un bronzo) conquistate a Parigi, al suono delle canzoni “brutte” di musica elettronica, che però, danno la carica. Quella musica che ha iniziato ad ascoltare in ospedale, dopo l’amputazione della gamba destra, a seguito di un incidente in una cava a 12 anni.
Se dico Parigi?
Penso alle persone che erano lì. Come a Tokyo, i primi che ho visto sono stati
Simone Barlaam e Federico Morlacchi. Hanno rotto ogni cordone di sicurezza per abbracciarmi, un momento bellissimo. Poi gli abbracci con i miei familiari, la mia ragazza, gli allenatori e gli amici.
Con Simone e Federico avete la pagina IG “Le Tre Gambette”…
È nata per caso, mentre aspettavamo il volo di rientro da Tokyo. Avevamo una valanga di foto stupide, di cavolate fatte al villaggio e le abbiamo condivise. Siamo “ignoranti”: non vogliamo essere visti solo come atleti che pensano h24 alle gare, in acqua sì, ma il resto va goduto con gli amici, staccando il cervello, altrimenti è impossibile.
Le persone l’hanno resa lo sportivo che è?
Assolutamente sì. Mi piaceva nuotare: arrivo dalla pallanuoto, ma andare avanti e indietro, senza palla, non mi convinceva, il nuoto era preparazione atletica, non divertimento. Mi hanno fatto capire che poteva esserlo. Sono stati gli allenatori a credere in me, a darmi obiettivi che sembravano impossibili. Mi sono affidato a loro e mi hanno reso la persona che sono.
Ha realizzato quanto fatto a Parigi?
Ho passato così tanto tempo ad aspettare le Olimpiadi che l'idea che siano passate è strana. Ogni tanto mi rendo conto di ciò che è successo: è stato incredibile, quando rivedo le foto e le medaglie rivivo quelle emozioni.
Cosa l’ha sorpresa?
Ero sereno. Spesso, prima delle gare, ho sofferto di ansia pensando di dare tutto per riscattare i frutti di un anno di lavoro. Questo atteggiamento talvolta mi ha fermato. A Parigi ero tranquillo, sapevo di star bene, non vedevo l'ora di gareggiare. Il contesto era incredibile… mi spaventava nuotare davanti a 17.000 persone. Entrando in vasca tutto è svanito, ero contento.
Che ha pensato dopo il primo oro?
Ce l'ho fatta, ho lavorato per confermare gli ori del Mondiale 2023. Vedendo il livello degli avversari, sembrava quasi impossibile: è stato più difficile di quello che pensassi alla partenza. Essere riuscito alla prima gara a portare a casa l’oro, mi ha soddisfatto e tranquillizzato per le altre gare.
L’oro olimpico è sinonimo di felicità?
Un po' sì, è una cosa che ho sognato e avere la medaglia tra le mani mi riempie d’orgoglio.
Cos’è per lei il nuoto?
È ciò che mi ha dato un po' di fiducia in me, so che se voglio qualcosa sono in grado di dedicarmi al 100% e di trovare un modo. È quotidianità, parte di me, non sarei quello che sono. Mi ha permesso di fare esperienze incredibili e di conoscere belle persone.