C’era stato un momento nel quale tutta l’industria culturale mondiale sembrava dover capitolare a causa della pirateria audiovisiva. Poco più di un decennio fa si davano per buoni foschi scenari di imminente apocalisse, si leggevano titoli tipo “La fine imminente del cinema”, “Ecco chi bloccherà la musica”, cose così, mentre il De Profundis suonava quelle che potevano essere le sue ultime note. L’uomo è sempre incline alla tragicità. E va detto che questa tendenza ci ha fatto vedere, leggere, ascoltare cose parecchio belle. All’epoca, sul New York Times si leggeva che l’epicentro della pirateria era l’Italia, “il paese del tarocco e dell’illegalità audiovisiva”, dando per buona la tesi che sarebbe servita una massiccia azione punitiva contro l’illegalità per fermare tutto questo.
Ancor più strano è sapere che quello che era “il paese dell’illegalità audiovisiva” in realtà è il paese europeo dove si fa meno ricorso a contenuti piratati. In Italia si ricorre poco alla pirateria, pochissimo rispetto ai paesi baltici e del nord Europa. E i motivi però dovrebbero preoccupare ben di più dello streaming illegale. Analfabetismo informatico e pigrizia ci relegano agli ultimi posti. Il secondo ci spinge a preferire pagare invece di cercare metodi alternativi. Il primo invece è un dramma che la politica dovrebbe affrontare e invece continua a ignorare.