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Ormai giudichiamo l'arte in base al senso comune, come fa l'intelligenza artificiale

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Ormai giudichiamo l'arte in base al senso comune, come fa l'intelligenza artificiale
Foto Ansa 
Non apro i social da non so più quanto e, vi assicuro, dormo benissimo; mi sono pertanto reso conto solo tramite il Foglio delle invettive contro Mariarosa Mancuso (solidarietà, se serve a qualcosa). Altrove leggo anche di uno scrittore narcisista al punto da richiedere all’intelligenza artificiale di recensire il proprio libro, dapprima immettendo i prompt per un elogio e poi quelli per una stroncatura, con risultati parimenti efficaci. Balza all’occhio come, in entrambi i casi, l’AI ricorra al medesimo stratagemma: si affida a una retorica eclatante, sotto cui maschera un impressionismo di fondo. Se quindi l’AI riesce agevolmente a elogiare e a stroncare lo stesso libro, è perché nel primo caso finge che le sia piaciuto e nel secondo finge di no, senza che il parere sia accompagnato da un’argomentazione critica, da una ricostruzione di cause ed effetti o da una comparazione a principii teorici generali; si limita a rafforzarlo con frasi a effetto che mirano a coprire il vuoto teorico.
È noto che l’AI riproduce in modo fedele andazzi con forte incidenza statistica, quindi, se riduce la recensione a capriccio, è perché la critica si è appiattita sul gusto personale ingiustificato e sull’emotività transeunte, spesso ormai anche sugli inserti culturali ma, soprattutto, su innumerevoli siti dilettantistici e profili social più o meno abborracciati di sedicenti influencer editoriali. Non vedo in giro molti Northrop Frye, scarseggiano i Michail Bachtin, scruto l’orizzonte e non scorgo la sagoma di un Giovanni Macchia; che qualcuno sappia leggere come Virginia Woolf o Martin Amis, non ci spero nemmeno più.
La shitstorm su Mariarosa Mancuso, come tutte le shitstorm del settore, è il frutto avvelenato di questa tendenza. Se la critica si limita a istintivi entusiasmi e idiosincrasie aprioristiche, senza un’analisi di intentio operis e opus confectum, allora è facile e quasi inevitabile scivolare nella piaggeria indotta o nell’ostilità preconcetta, una sorta di “mi piace” e “non mi piace” collettivo, anzi assoluto; si dividono gli artisti in buoni e cattivi e, anche di fronte a un’opera mediocre, si pretende che le sue buone intenzioni vengano riconosciute a furor di popolo, pena l’ostracismo. Giudicare l’arte in base al senso comune e ai minuti di applausi, però, significa comportarsi come l’AI: pensare per finta, rispondere a comando, essere pronti a sostenere con convinzione tutto e il contrario di tutto.