Aston Villa e Crystal Palace come Como e Bologna nelle parti nobili di classifica: Di Canio, dopo 245 partite in A e 190 in Inghilterra, vede una Premier livellata verso l’alto o il
calcio italiano che abbassa l’asticella?
“La Premier livella verso l’alto. Non ha solo potenziale economico, ma un’idea costruita negli anni. È il campionato più venduto al mondo e anche le piccole possono investire in talenti, senza pensare solo a non retrocedere. Si dice che il Milan guardi a Fullkrug per il proprio attacco. Ripeto, il
Milan. Fullkrug in Premier gioca nel West Ham, terzultimo, e il suo apporto non è pervenuto. A San Siro la Norvegia ha vinto 1-4 con gol di Strand Larsen, riserva solo perché ci sono Haaland e Sorloth: in Italia giocherebbe al Milan o alla Juve, in Premier è nel Wolverhampton, ultimo con 2 punti”.
Restiamo sul Milan: il merito di ritrovarsi lassù è più di Allegri o Tare? “Allegri ha l’esperienza dell’ambiente e la capacità di rendere i giocatori partecipi del progetto. Con Tare ci sono le caratteristiche della comunicazione giusta ed è importante che ci siano menti calcistiche in grado di far lavorare al meglio tutto l’ambiente.
A sorprendermi è un altro aspetto: se la Roma è con un solo gol a partita a 3 punti dall’Inter capolista, significa che c’è un’anomalia. In questa prima parte di stagione sono sempre stati decisivi i portieri, Svilar e Maignan su tutti. Poi, chiaro, la Roma ha un mago come
Gasperini, ma resta il fatto che dopo 15 giornate una squadra come la Roma è lì a giocarsela, pur avendo segnato solo 16 gol”. Nella Roma laziale c’è invece un Sarri che ha appena battuto a Parma un allenatore di 36 anni più giovane: in A l’esperienza batte l’innovazione?
“Cuesta è stato mandato allo sbaraglio. Capisco gli algoritmi e scelte coraggiose, come ha fatto l’Arsenal con Arteta o il Chelsea con Maresca, che però il suo praticantato l’ha fatto sia a Parma che in Premier, vincendo anche una Championship con il Leicester. Quanto a Sarri, dico che va benissimo quando ci sono idee dove mancano i denari. Però, sai cosa?” Prego…
“Si diceva di livellamento verso il basso e io dico che siamo tornati indietro, rispetto a quando si diceva di doverci ispirare alla Premier per giocare all’attacco, per offendere e per vendere il marchio. Noi invece cosa facciamo? Sottolineiamo, a livello mediatico, la fase difensiva della Roma o della Lazio di Sarri. Ecco: siamo tornati indietro nell’atteggiamento mentale. Facciamo pace con il cervello e mettiamoci d’accordo una volta per tutte, pensando a cosa ci sarebbe bisogno per arrivare ai livelli della Premier o della Bundesliga: siamo quarti al mondo per introiti esteri, dietro anche alla Liga. E la Francia non è lontana”.
Stupito di come Napoli ha accolto
Spalletti o questo è il calcio? Passione, al di là di tutto? “Il calcio è campanilismo e rivalità. Anche in persone per bene e che stimo, quando si parla di calcio si impazzisce. Ma nel linguaggio ci sono parole che dovrebbero essere misurate, soprattutto nelle persone di cultura e civiltà, che non dovrebbero scegliere certi termini con leggerezza. Vedere striscioni di odio come quelli visti fuori dal campo, proprio no: ‘Uomini infami, destini infami’ è di gravità incredibile. Anche perché Spalletti dopo essersene andato da Napoli è andato in Nazionale, non direttamente alla Juve. Non sarebbe stato comunque un tradimento, si è tatuato lo scudetto sulla pelle, lui che non è napoletano. Ha solo colto un’occasione importante e non si può arrivare a quelle parole, anche quando legittimamente speri che non sposi la causa dei tuoi rivali”.