La gravità è una forza dispotica alla quale non ci si può opporre. Non in bicicletta almeno. È bizzosa e crudele come un dio greco, reclama giovani corpi, decide dei loro destini. Non c’è modo di sfuggire alla gravità quando essa reclama sacrifici.
Il ciclismo è anche una battaglia, persa, contro la gravità. Ci si può ingannare di sapere come farsi beffa di lei, si può ritenersi più scaltri, pensare di essere immuni al suo richiamo. Illusioni. Vincerà lei, non c’è modo di sfuggirle.
A volte la gravità si limita al richiamo a sé di singoli corridori, a volte pretende dei riti orgiastici. Come oggi al Giro del Delfinato.
C’erano decine e decine di bicicletta senza padrone orizzontali al terreno. C’erano uomini in piedi che si guardavano attorno, uomini distesi, uomini seduti. C’era chi si toccava una spalla con smorfie di dolore che deformavano il volto, chi si avvicinava ai doloranti chiedendo se servisse aiuto quasi a voler diluire nell’assistenza altrui il dolore proprio. C’erano gambe, schiene, spalle, fianchi, sederi, braccia scorticate, rivoli rossi su pelli abbronzati e pelli bianche. C’era stupore, tensione, incredulità, in alcuni casi rabbia. E se non fratellanza quanto meno cameratismo, reciproco soccorso fregandosene della maglia che si aveva addosso. Non contava. La gravità aveva preteso il suo tributo, erano tutti vittime, compagni, non avversari.
Oltre cinquanta corridori avevano incocciato l’asfalto. Qualcuno si era subito alzato, qualcuno ci ha messo un po’ di più, gli olandesi Steven Kruijswijk e Dylan van Baarle, entrambi della Visma | Lease a Bike, hanno lasciato il Giro del Delfinato in ambulanza.
La gravità nel reclamare al suolo i corridori non ha fatto distinzioni di talento, classifica o pedigree. Capitani e gregari, cacciatori di tappe o uomini di classifica sono distinzioni che non interessano alla gravità. Già dalla bicicletta, tra i tanti, c’erano Remco Evenepoel e Luca Vergallito, Jay Hindley e Nils Politt, Hugo Toumire e Juan Ayuso.