Non passare il segno, ebreo, non esagerare: fin qui si spinge ormai il cuore umanissimo degli antisionisti, ragionevoli sempre, antisemiti mai. E sempre oltre si spingeva Hamas. Promettendo sfracelli dal fiume al mare. Esibendo migliaia di missili,
centinaia di tunnel sempre integri e torme di scapestrati in armi nell’attesa di un prossimo 7 ottobre. Un 7 ottobre al quadrato, potendo, ma meglio ancora se elevato alla sesta. E certo che lo facevano. Mostravano in faccia alle loro eccellenze di Oxford e di Yale depositi di tritolo ancora intatti, schiamazzando sugli ostaggi torturati, con turbe di eroici resistenti sempre al riparo dei propri bambini-scudo. Ed esibendo i perché e i percome di diecimila intellettuali occidentali, più milioni di studenti tra democratici e meno. Nessuno dei quali, giustamente, avrebbe rinunciato alla sua pizza o al suo burraco. Rigorosamente accompagnandoli, però, con la conta meticolosa dei bambini palestinesi macellati a freddo dall’ebreo gaudente e infame. Senza far caso, questo mai, a quanto decisivo fosse l’ufficio “Stampa e propaganda” dei trincerati tra i bimbi. Le abbiamo viste tutti, quelle prediche e quelle scene. Per mesi. E mesi. E altri mesi. Finché. Finché una sera, esasperato dalla micidiale menata di un burraco grottesco (e 7 ottobre per 7 ottobre), l’Israele sotto schiaffo fin dal 1948 (che farebbero, pensa te, 77 anni), non ha osato proporre un giro di poker nel centro di Gaza. Non di briscola, di poker: telesina, per la precisione, il più duro. Brutto? Molto. Ma è da allora che, lontano lontano, direi laggiù in fondo, forse ancora più in fondo, forse molto più in fondo che laggiù, poi nemmeno di sicuro, diciamo quasi, ma anche qui, vedi mai, chissà con quali tempi, si poteva perfino intravvedere, poi certo, sempre volendola intravvedere, una specie di pace.