Perché il commercio delle reliquie non dovrebbe scandalizzarci

| DI Antonio Gurrado

Perché il commercio delle reliquie non dovrebbe scandalizzarci

(Ansa)

Perdonatemi se, per spiegare il commercio di reliquie che pare stia impazzando dall’India all’America sulle spoglie di Carlo Acutis, ricorro a un aneddoto irriverente ma oltremodo utile. Era il 1960 e all’Inter era arrivato un nuovo allenatore: un argentino naturalizzato francese proveniente dalla Spagna e dall’aria un po’ berbera, Helenio Herrera. Incuriosito da quel multiculti d’antan, l’avvocato Peppino Prisco si sfacciò a domandargli quale fosse la sua religione e Herrera gli rispose: “La stessa sua, della moneta”.
Essendo ancora oggi tutti osservanti e praticanti della medesima religione, non so se questo commercio postmoderno e globale delle reliquie debba davvero scandalizzarci. Anzi, voler pagare per avere un lembo di corpo di chi è in odore di santità è forse la più vivida testimonianza di fede che si possa esprimere ai giorni nostri; né è un caso che, nella storia, i periodi di fede più intensa siano coincisi con il superstizioso mercimonio di piume d’angelo, quintali di vera croce e (come raccontava Umberto Eco) sette teste di Giovanni Battista, di cui una da bambino. Se crediamo tutti nella moneta, la fede gratis è sempre un po’ tiepida.

Tutti i diritti riservati