Per evocare oggi una mentalità imperiale senza far sorridere, occorre spostare il fuoco dall’Italia all’Europa. Non è facile. In un’orgia di autoflagellazioni e di formulette che hanno barattato il compito dell’assimilazione con un’astratta “inclusione”, ci siamo abituati a pensare in piccolo e per schemi rigidi. La
remigrazione ne è un esempio. E’ una fantasia senile e retriva,
sembra polso fermo ma sono ginocchia che tremano. Finge di non sapere che, piaccia o no, il numero è potenza e che, comunque, indietro non si torna.
Dobbiamo recuperare per strada la consapevolezza e il coraggio smarriti. “L’europeo” scriveva Federico Chabod nella
Storia dell’idea d’Europa “è assai più che il ‘bianco’: è, soprattutto, un certo modo di pensare e di sentire. Quel che importa è il fattore spirito, la ‘volontà’: l’elemento morale che predomina di gran lunga su quello fisico, la volontà degli uomini, la quale ha, nei secoli, impresso il suo durevole suggello sulle generazioni che si sono susseguite e si susseguono nel continente chiamato Europa”. Il miglior augurio che si può fare alla destra, in Italia e altrove, è che sia affermatrice e protagonista, non la controfigura vannaccesca di un progressismo che, nel tempo, ha eroso – fino a renderla irriconoscibile – la necessità di una autentica volontà europea.