A fronte dell’escalation di dichiarazioni incendiarie, culminata nel “vogliamo rivoltare questo paese come un guanto” pronunciato dal Landini nel corteo di Bologna, lo sciopero generale sembra aver prodotto davvero poco. Cgil e Uil parlano di “500 mila in piazza”, che per uno sciopero articolato su 46 piazze non pare un grandissimo risultato. Gli organizzatori dichiarano una “adesione oltre il 70%”, ma i dati ufficiali per le amministrazioni pubbliche parlano del 5,55% e, nel settore privato, altre fonti sindacali segnalano un tasso analogo.
A prescindere dai numeri, più o meno verosimili, è sul piano sostanziale che lo sciopero ha prodotto poco. La scena mediatica è stata rubata dagli scontri di Torino, dove centri sociali e pro Pal hanno interpretato la “rivolta sociale” aggredendo le forze dell’ordine e bruciando le foto di Meloni e altri ministri. La sensazione è che terminata la manifestazione sarà tutto finito. Questo quarto sciopero generale consecutivo non avrà un seguito politico, anche perché non ha avuto parole d’ordine – incluso l’invito generico alla “rivolta sociale” – capaci di incidere nella società e nell’agenda dei partiti.
L’aspetto più indicativo dello spirito dello sciopero, a metà tra ribellismo e velleitarismo, è stata la richiesta da parte di Landini – oltre al solito sterminato elenco della spesa insostenibile per il bilancio pubblico e per le regole fiscali europee – del divieto di licenziamento: “Chiediamo che si ripristini il blocco dei licenziamenti come è stato per il periodo del Covid”, ha detto il leader della Cgil. È una richiesta surreale, ma che incarna gli errori clamorosi del sindacato nella lettura della fase del mercato del lavoro degli ultimi anni.
Il blocco dei licenziamenti fu, già durante il Covid, un provvedimento eccezionale:
l’Italia è stato l’unico paese dell’Ocse a introdurlo e non ha avuto particolari meriti nella protezione dei lavoratori, anzi. Ma quando nel 2021
il governo Draghi ne annunciò la rimozione, la Cgil e la Uil lanciarono una campagna di terrorismo mediatico preannunciando
da “700 mila” (Cgil) a “un milione” (Uil) di licenziamenti, parlando di “bomba sociale” che era la versione esplosiva dell’attuale “rivolta sociale”. La rimozione di quel blocco è coincisa con una fase di
costante aumento di 1,5 milioni di occupati, prevalentemente a tempo indeterminato.
Se chiedere il blocco allora era un errore, farlo adesso è un delirio. Ciò non vuol dire che Cgil e Uil non rappresentino un disagio reale, come la questione salariale. Perché è vero, come hanno ricordato
sul Foglio Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, che negli anni passati
le imprese, che hanno potuto correggere i prezzi, si sono difese dall’inflazione meglio dei lavoratori, i cui salari si rinnovano in ritardo. Ma nelle fasi di alta inflazione i governi hanno fatto la loro parte con una forte decontribuzione che ha protetto i salari medio-bassi da
inflazione e fiscal drag. La legge di Bilancio,
come certifica l’Upb, nel prossimo triennio
darà 55 miliardi a lavoratori e famiglie e toglierà 13 miliardi a imprese e autonomi.Il bilancio pubblico, con il debito in crescita e il piano di rientro concordato con Bruxelles, non può fare di più. Per aumentare i salari, ai sindacati non resta che la contrattazione, a partire dai tanti rinnovi in corso. Tra l’altro se, come da tempo sostiene lo stesso Landini, le imprese hanno fatto tanti profitti, è attraverso i contratti collettivi che i lavoratori possono ottenere la loro parte. Ma questo vorrebbe dire spostare il focus dalla “rivolta sociale” alla contrattazione, dall’opposizione politica all’economia reale.