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Brividi di grande letteratura

Tutti in piedi sul treno per Bucarest a guardare la Jugoslavia oltre il confine

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Tutti in piedi sul treno per Bucarest a guardare la Jugoslavia oltre il confine
Ansa
"La vita in una democrazia è comunque una fortuna. Ed è vero ancora oggi, e proprio oggi”. Herta Müller, 19 giugno 2022: partire dalla fine per capire l’inizio. L’inizio è Nitzkydorf, Banato rumeno, 1953 – luogo e data di nascita della scrittrice, regione al confine tra Serbia, Romania e Ungheria. La frase riportata è invece la conclusione del discorso tenuto a Berlino per il conferimento dell’Onorificenza Pour le Mérit, contenuto, insieme ad altri articoli e interventi, nel recentissimo Una mosca attraversa mezza foresta - Storie di regime, esilio e libertà (Feltrinelli, 108 pp., 16 euro).
Il destino nei luoghi e nella lingua: nata in una famiglia di origine tedesca in territorio rumeno, padre militante delle Waffen-SS durante la Seconda guerra mondiale – Antonescu era alleato di Hitler – e madre scampata all’ondata di deportazioni dei tedeschi-rumeni che scatenò Ceausescu dopo il passaggio del paese nella sfera d’influenza stalinista, anticomunista e dissidente, Herta Müller rifiuterà di diventare informatrice della Securitate. E sarà costretta all’esilio. Romperà dunque con la Romania comunista e tuttavia, con le quindici storie di Bassure, il suo primo libro, rappresenterà il mondo dell’infanzia attraverso diciannove frustate dal perentorio schiocco anti-idilliaco. Questo carattere pugnace ed estraneo a ogni retorica di Müller, una delle scrittrici contemporanee che meno lavora a ingraziarsi i lettori, impregna ogni riga di Una mosca attraversa mezza foresta. Testi che raccontano la paura sotto la dittatura, la tremenda confisca dell’individualità, la sconfitta della persona ribadita a ogni spregevole interrogatorio. E la manipolazione della lingua – resistere alla lingua statale si poteva, apprendiamo, e ci si riusciva imprecando, perché “l’imprecazione è la lingua viva e individuale”. Testi che sanno raccontare la libertà in chiave mai astratta, mai declamatoria.
“La maggior parte di quel che ho imparato su libertà e dignità l’ho appresa dai meccanismi dell’oppressione,” scrive Müller. “Osservare questi meccanismi significa decifrare la scrittura speculare della libertà. Quel che so è che libertà e dignità sono sempre concrete. Non mi interessano come idee, ma come oggetti. O ci sono, o non ci sono. Quasi tutto quello che volevo fare era vietato nella dittatura. E quel che era permesso me lo sono vietata io stessa, perché non volevo diventare come quelli che me lo permettevano. La libertà è un oggetto”. Dopo il rifiuto a collaborare con la polizia, “mi sentivo sollevata, perché da quel momento la questione era chiara per entrambe le parti: per me era chiaro che non avrei preso parte all’oppressione e per i servizi segreti era chiaro che non potevano contare su di me. Quel che non mi era chiaro era la solitudine dopo tutto questo”. E le intimidatorie intrusioni nel proprio appartamento: la scrittrice possedeva una pelle di volpe e un giorno, urtandola, notò che non aveva più la coda. Nel giro di due settimane le furono tranciate anche le zampette. “La Securitate andava e veniva a suo piacimento e voleva farmi sapere che nel mio appartamento poteva succedermi quel che era successo alla volpe. Quando lo raccontai a mia madre, mi chiese: cosa vogliono da te? Io dissi: paura”.
Con la sua voce scattante, vigorosa, seccamente lirica come in fondo è il suo volto, da impassibile attrice del muto, non risparmia nemmeno la Germania: dalla finestra dell’edificio adibito a centro di transito per esuli, si vedeva il Reichsparteigelände, il funereo spiazzo delle adunate hitleriane. “Per quale motivo persone traumatizzate vengono costrette a stare lì?”. Oppure lo sprezzo con cui la Germania guardava gli espatriati. “In Germania la resistenza dell’esilio non viene riconosciuta, è irrilevante. Si ricorda la resistenza militare degli ufficiali che a lungo erano stati seguaci di Hitler. Gli ex soldati hanno preferito vedersi come vittime, generazione sedotta e violentata, che era andata in guerra innocente”.
Il pensiero fisso sotto il comunismo? Andarsene. Brividi di grande letteratura, la pagina sul viaggio in treno da Timisoara e Bucarest. Per pochi chilometri il convoglio costeggiava il Danubio e all’orizzonte appariva la Jugoslavia. Tutti, nello scompartimento, si alzavano. Uno per volta, andavano in corridoio e guardavano la Jugoslavia al di là del confine. Giovani, vecchi. Persino i soldati in uniforme. Silenzio come in una seduta di ipnosi. “Ciascuno sapeva esattamente cosa stava pensando l’altro in quel momento”.