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a canestro

Non solo Sassari aveva bisogno di uno come Massimo Bulleri

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Non solo Sassari aveva bisogno di uno come Massimo Bulleri
Foto tratta dal profilo Facebook della Dinamo Sassari
In un momento in cui il basket italiano avrebbe un bisogno disperato di ritrovare valori antichi da abbinare a eroi moderni, ben venga la faccia sorridente e stravolta di Massimo Bulleri che passeggia da una parte all’altra dello spogliatoio della sua Dinamo Sassari per celebrare una vittoria pesantissima, contro la capolista Trapani. Terzo successo di fila e Banco di Sardegna ormai sostanzialmente al riparo dal rischio retrocessione, spettro che era apparso all’orizzonte della stagione dei sardi con un pizzico di sorpresa per chi a inizio anno si diverte a fare le griglie di partenza. Un acuto provvidenziale che si abbina a quello di qualche settimana fa contro la Virtus Bologna, perché i punti necessari per salvarsi sono ovunque e spesso le tabelle si rivelano carta straccia. Sassari se l’è giocata sul piano dell’aggressività contro una delle formazioni che ne fa un punto di forza e ne è uscita con la vittoria in mano, sporcando le percentuali degli avversari ed esaltando le proprie, con un Brian Fobbs praticamente immacolato al tiro e un Bendzius che si è acceso quando il gioco si è fatto duro. E l’ha vinta anche con un paio di stratagemmi estremamente moderni pur avendo radici datate: il doppio playmaker, proprio lui che ai tempi della Benetton Treviso spesso e volentieri si trovava a condividere il parquet con uno dei play americani più imprendibili degli anni d’oro del basket italiano, Tyus Edney, e il sempre prezioso utilizzo della difesa a zona per cambiare le carte in tavola contro un avversario che fino a questo momento ha stupito tutti grazie al lavoro della società di Trapani e di un coach navigato come Jasmin Repesa.
Nell’era dei social ormai basta poco per immortalare anche dei momenti sacri e lo staff della Dinamo, nelle due occasioni di grido, ha deciso di mostrare al pubblico cosa prova un allenatore dopo una vittoria pesante. Le cose che ritiene opportuno dire, i punti sui quali porre l’indice, andando per una volta oltre quelle che sono le interviste di rito a fine partita, spesso banali fino alla noia.
“Posso disegnare tutti gli schemi, gli esercizi, ma tutto quello che succede in campo arriva da voi”, dice a un certo punto Bulleri, che da capo-allenatore aveva fatto fatica all’inizio della sua avventura salvo poi avere l’umiltà, qualità che non deve essere sottovalutata, di ripartire facendo un passo indietro e accettando l’incarico di assistente prima a Limoges, quindi a Sassari.
Alla Dinamo lo aveva portato Piero Bucchi e lì era rimasto anche agli ordini di Nenad Markovic. Quest’anno, quando tutto sembrava andare a rotoli, la società ha scelto di puntare su di lui, affidandogli una nave che stava imbarcando fin troppa acqua. Non era facile, eppure Bulleri, che negli occhi e nei cuori degli appassionati rimane uno dei volti simbolo della Nazionale capace di vincere il bronzo europeo in Svezia nel 2003 e l’argento olimpico ad Atene nel 2004, ha condotto i suoi ragazzi fuori dal burrone in cui stavano scivolando.
Adesso vola basso, non vuole sentire parlare di futuro e di rinnovo, pensa alle sei partite che rimangono e che dovranno dare la certificazione del lavoro fatto, come se la salvezza ormai dietro l’angolo non bastasse: conta sempre e solo il campo, lo sforzo compiuto nel corso della settimana, l’agonismo che si accende nei momenti che conta. Era così da giocatore e non sembra cambiato da allenatore. E profili come quello di Massimo Bulleri sono quelli che servono per riportare il basket nel cuore degli italiani.