Il Consiglio dei ministri ha approvato nei giorni scorsi un ddl delega che punta a ridisegnare il Ssn intervenendo anche sull’organizzazione dell’assistenza territoriale e ospedaliera. Un intervento ambizioso, che prova a mettere ordine in un sistema segnato da frammentazioni, disuguaglianze e carenze strutturali ormai croniche. Il baricentro del testo è chiaramente orientato all’ospedale, segno di quanto la lezione impartita dal Covid non sia stata ancora pienamente metabolizzata. Accanto agli ospedali di base e di primo e secondo livello, nascono gli ospedali di terzo livello, strutture di eccellenza a bacino nazionale o sovranazionale, finanziate con risorse dedicate sulla base di criteri stringenti di qualità, volumi, mobilità e ricerca. Vengono introdotti anche gli ospedali elettivi, privi di Pronto soccorso, chiamati a operare in rete con l’emergenza-urgenza.
La delega affronta inoltre appropriatezza dei ricoveri, buone pratiche cliniche, assistenza a fragilità e non autosufficienza, cure palliative, integrazione socio-sanitaria, salute mentale, digitalizzazione e riordino della medicina generale. Un disegno organico, almeno nelle intenzioni, ma che sembra fermarsi appena alla superficie quando affronta il tema centrale della medicina territoriale. E poi, la criticità principale: l’articolo 3 che impone la neutralità finanziaria dei decreti attuativi, salvo nuovi stanziamenti parlamentari. Una riforma di questa portata, però, difficilmente può essere realizzata senza un incremento stabile del Fondo sanitario nazionale e senza investimenti sul personale. Oggi oltre il 40 per cento del Fondo è assorbito dalla spesa ospedaliera, mentre il territorio resta strutturalmente sottodimensionato: il rischio concreto è una riorganizzazione di facciata che rafforza ciò che è già più forte. La riforma del Ssn è necessaria. Ma senza risorse certe, priorità chiare e tempi realistici, il rischio è che resti l’ennesimo annuncio ambizioso, incapace di incidere davvero sulle disuguaglianze e sull’accesso alle cure.