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Voyeurismo e oscenità

La confessione sul caso Verzeni, il compagno assediato e tutti i segnali della gogna

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La confessione sul caso Verzeni, il compagno assediato e tutti i segnali della gogna
Per fortuna, il misterioso omicidio di Sharon Verzeni ha infine trovato la sua soluzione. E’ una fortuna per tutti noi, lo è innanzitutto per i familiari della sventurata ragazza, che almeno hanno avuto una risposta ai loro angosciosi dilemmi. Ma è una fortuna soprattutto per Sergio Ruocco, il compagno di Sharon. Avrete infatti notato che una unica certezza ha accompagnato le cronache giudiziarie in questi mesi, così impegnate a raccontare quotidianamente quel misterioso omicidio: i sospetti sul partner della vittima.
Chiunque abbia seguito le cronache di questa tragica vicenda ha sempre dovuto leggere l’incessante riferimento ai sospetti su di lui. Che dormiva, al momento dell’omicidio, e che è da sempre assistito, come inutilmente hanno fatto trapelare gli inquirenti, da un alibi di ferro. Niente da fare. La notizia, immancabile, di quelle cronache, era: anche oggi, nulla a carico del compagno di lei. E’ un caso affascinante, da un punto di vista della tecnica mediatica, un caso che andrà studiato. Perché se ogni giorno – ma davvero: ogni giorno! – scrivi che l’alibi del convivente continua a tenere, che è stato interrogato per ore e ore, ripetutamente e fino a notte fonda, nella caserma dei Carabinieri, ma “come persona informata sui fatti” e niente, ciò nonostante l’alibi regge, vuol dire che tu non credi all’alibi, che lui è il candidato naturale a rivestire il ruolo dell’assassino, il più ragionevole, il più razionale, il più sensato, e che se fino a oggi l’ha fatta franca, diamoci tempo e pazienza e vedrai che alla fine l’uomo cederà. D’altronde, ci sarà pure qualche ragione se lo hanno torchiato per ore e ore, ripetutamente, o no?
Queste narrazioni popolari iterative, questi appuntamenti quotidiani che coltivano la speranza di una improvvisa, tranquillizzante soluzione di un crimine efferato, esigono una conclusione. Non è pensabile che non si trovi il colpevole, non possiamo e non vogliamo accettare che il colpevole non sia infine assicurato alla giustizia. Perciò, mentre sei costretto a raccontare che, al momento, abbiamo un pugno di mosche in mano, l’immancabile accenno all’alibi del compagno che “anche oggi tiene” ci apre il cuore alla speranza. Insomma, è un formidabile caso di ripetizione ossessiva di una informazione (“non è indagato”), che produce l’effetto opposto: il rafforzamento del sospetto. Qui non viene fuori un sospetto, una traccia, un movente, e che diavolo! E’ così facile sospettare che sia lui, che è bene non far raffreddare questa così agevole ipotesi. In genere, in questi omicidi, il compagno è il naturale protagonista, aspetta e vedrai. “E’ tornato al lavoro”, e chissà come lo avranno accolto i colleghi di lavoro. E’ stato sentito di nuovo dagli inquirenti, “ancora una volta senza avvocato, come persona informata sui fatti”. Ancora una volta, certo: ma, detto tra di noi, portate pazienza. Prima o poi crolla, e noi ci mettiamo tranquilli. Per fortuna c’è un assassino confesso. Per fortuna del povero compagno di Sharon, povero ragazzo, che ha rischiato, e forse nemmeno immagina quanto, di vivere una tragedia nella tragedia.