Non c’è bisogno di essere camaldolesi per essere d’accordo col priore di Camaldoli. Il monaco, in una lettera indirizzata ai confratelli, ha vivamente sconsigliato – che è un modo elegante di vietarlo – l’utilizzo di social network e piattaforme di streaming nelle celle. Il divieto non si applica in toto alla vita dei religiosi, che quindi possono utilizzare gli smartphone con discernimento, ma riguarda specificamente i momenti di solitudine che devono trascorrere quotidianamente chiudendo la porta dietro di sé.
Quando ci si dà al doomscrolling o al binge watching, la porta non è chiusa anche se materialmente lo è: poiché, foss’anche barricati in un pertugio con branda e tavolino, attraverso il telefono portiamo insieme a noi tutte le persone che ci sbraitano dentro e, pur trovandoci al coperto e al chiuso, restiamo comunque esposti alla furia delle nostre emozioni o alle intemperie del primo cretino che posta qualcosa. Non c’è bisogno di essere camaldolesi per sentire, di tanto in tanto, il bisogno di stare in silenzio e al riparo, dimenticando il mondo esterno e immergendosi in una solitudine che non consiste nell’assenza fisica di compagnia, bensì nel contatto diretto con il nostro essere individui. Camaldolesi o no, il priore ci ha detto che dentro ciascuno di noi c’è una porta. Ogni tanto, va chiusa.