Sono d’accordo con la sostanza dell’
appello firmato dai più di 200 ebrei ed ebree italiani, che chiede all’Italia di non farsi complice della pulizia etnica. Chi se ne frega – diranno i miei piccoli lettori. Infatti. Ma vorrei sollevare la più larga questione di come si possa e debba dissentire al giorno d’oggi, qualunque sia l’oggetto. Cominciando dall’appello, si è dissentito, con toni forti fortissimi, dal suo contenuto, e/o dalla coincidenza con il dolore per il
lutto delle famiglie Bibas e Silberman. Qualcuno può ragionevolmente credere che i promotori dell’appello siano stati così diabolicamente preveggenti da farne coincidere la pubblicazione, dopo giorni di raccolta delle firme, con il cordoglio per i Bibas? E’ escluso, naturalmente. Allora si vuol dire che bisognava essere attenti e premurosi abbastanza da sventare quella coincidenza? Forse sì, benché fosse difficile seguire i rispettivi calendari. Resta il fatto che non in coincidenza con la data del cordoglio, ma dentro il cordoglio, e da parte dei suoi titolari primi, Yarden Bibas e la sua terribile vicissitudine, e sua sorella Ofri, siano state scritte e pronunciate parole durissime. “Sta’ zitto”, all’indirizzo del primo ministro Netanyahu. Ofri: “Avrebbero potuto salvarvi, ma hanno preferito la vendetta. Abbiamo perso. La nostra idea di “vittoria” non si realizzerà mai. La nostra lotta contro i nemici sarà eterna, ma dobbiamo sempre santificare la vita, l’amore per i nostri simili, il rispetto per i morti e non lasciare mai indietro nessuno. Altrimenti, perdiamo ciò che siamo”.
Fra gli obiettori italiani, si è riesumata la distinzione polemica fra “ebrei buoni e cattivi”, e anche quella fra “ebrei e non ebrei”. L’ebraismo ha certificazioni diverse dal sapere e sentire di appartenergli – o dal venirlo a sapere, grazie all’assalto degli antisemiti? C’è un’anagrafe autorizzata? (Fra le cose peculiari dell’ebraismo sta quella, che nessuno possa escludere di essere ebreo). “Pulizia etnica” non è un sotterfugio per significare genocidio: si vuole escluderla dalle parole dei governanti di Israele, compresi quelli rimessi in sella da Trump e dallo svuotamento di Gaza, così spiritosamente celebrato, “proprio nel giorno del lutto per i Bibas”, dall’appropriazione e la diffusione del filmino con la manna di dollari piovuta dal cielo di Musk?
Ma la vera lezione dei tempi – che corrono, la democrazia è lenta, la prepotenza è rapida, procede di colpo, culmina nel colpo di stato –
sta nella rinuncia definitiva (infatti, non è una novità) alla speranza di essere d’accordo pressoché su tutto ciò che è essenziale, grazie alla parte dalla quale si è schierati. E’ il prodotto ultimo della fine delle ideologie sistematiche e delle loro pretese di coerenza. Le ideologie non muoiono: il feticismo del denaro e la superstizione della tecnologia sono lussureggianti supplenze. Ma così assoggettate alla potenza non tengono più insieme convinzioni, opinioni e sentimenti. Non tengono insieme simpatia per la resistenza ucraina e favore al governo israeliano, sicché il secondo vota con Trump Putin e Kim Jong-un contro la prima. Non tengono insieme disgusto per il Trump delle terre rare rubate all’Ucraina e apprezzamento, o indulgenza, per la rapallizzazione di Gaza.
Permettersi l’insinuazione che i firmatari di un appello siano insensibili all’orrore e la pena per i bambini Bibas e la loro madre, e i loro cari, e la loro gente, è un triste arbitrio. Lo è quanto l’accusa di insensibilità, se non di gaudio, per le vittime civili palestinesi, grandi e piccole, quando non sia provata da fatti e parole.
Ieri, per dovere d’ufficio, ho riletto Tacito. Il brano su Germanico che deve tener testa alla ribellione delle legioni, e “vide i soldati venirgli incontro, fuori dall’accampamento, con gli occhi bassi in atto di pentimento. Come ebbe superato il recinto, cominciarono a farsi sentire lamenti confusi; e alcuni, afferratagli la mano come per baciarla, se ne introducevano in bocca le dita, perché́ toccasse le gengive vuote di denti; altri gli mostravano le membra piegate dalla vecchiaia...”. E leggo ogni giorno notizie raccapriccianti sulla caccia dei reclutatori agli obiettori e agli imboscati. Non tengono insieme niente, e costringono a misurarsi volta per volta.
Io – chi se ne frega, eccetera... – sono pieno di speranza per il riaccostamento possibile fra Unione Europea e Regno Unito, che altri scongiurano come una perdita dell’amico americano. Auspico le fughe in avanti dell’Europa e temo le fughe all’indietro dell’Italia. Mi felicito della condanna, solo simbolica, del farabutto genocida Dodik a ridosso della lunga audace ribellione senza precedenti della gioventù di Belgrado, di Novi Sad, di Kragujevac, al cinismo governativo, che altri ignorano, o peggio deplorano come un ennesimo repentaglio allo status quo. A luglio saranno trent’anni da Srebrenica, che il nome di genocidio l’ha meritato, e che sta dentro i confini della Republika Srpska di quel Dodik.
Penso che si debba attrezzarsi a fare senza e contro gli Stati Uniti del vecchio ridicolo Trump e dei giovani teppisti Musk e Vance, e ricordare che al momento di decidere dello stemma del paese Benjamin Franklin, o chi per lui, propose il motto: “La ribellione ai tiranni è obbedienza a Dio”.
Non mi illudo, al contrario: la voluttà di scissione spadroneggia, fra i grandi e i piccoli. Penso che la disposizione più responsabile sia quella al rispetto reciproco, di qua e di là da una linea rossa che ciascuno ritenga di fissare, d’accordo con la propria coscienza, o nemmeno.