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Sullo stupro virtuale la giustizia dovrà decidere se dare ragione ai filosofi

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Sullo stupro virtuale la giustizia dovrà decidere se dare ragione ai filosofi
unsplash
Una donna inglese ha denunciato di avere subito uno stupro nel metaverso, dove il suo avatar è stato sottoposto a violenza da un gruppo di avatar maschili. Spetterà ovviamente alla giustizia (spiega tutto bene Valeria Cecilia sul Foglio di oggi) stabilire se l’accaduto costituisca reato – e auguri ai giudici che dovranno distinguere la fattispecie dello stupro metafisico da quella, che so, dello spaccio di droghe virtuali, del riciclaggio di criptovaluta sporca o del favoreggiamento della prostituzione svolta da meretrici generate dall’intelligenza artificiale.
Per la filosofia, d’altronde, questa notizia non è meno rilevante. Sul versante teoretico, il fatto che uno stupro attuato ne metaverso possa venire equiparato a uno stupro perpetrato nel mondo concreto attorno a noi significa che la realtà non è costituita dalla materia ma dalla percezione. Non riteniamo realtà il fatto che l’oggetto sia davvero lì, fuori di noi, indipendentemente da noi; bensì il fatto che i nostri cinque sensi ricevano degli stimoli, indipendentemente dalla fonte. Sotto questo aspetto, venire stuprati o schiaffeggiati o baciati o portati in trionfo nel metaverso equivale a farlo nel mondo fisico, nella misura in cui l’effetto sia abbastanza realistico da far coincidere gli stimoli sensoriali. I giudici britannici sono quindi chiamati non solo a pronunciarsi su un caso di cronaca virtuale, ma soprattutto a decidere se avesse ragione uno dei filosofi più sottovalutati della storia, il vescovo Berkeley, che nel Settecento diceva: “Esse est percipi, essere vuol dire venire percepito".

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