Il premio per il musicista più rilassato del Concertone del
Primo maggio va, senza nemmeno ballottaggio, a Tananai. Il quale, del resto, è titolare di una delle parabole più stravaganti della musica leggera italiana degli ultimi anni che, quando era ancora semi-sconosciuto, ha preso le mosse dall’ormai famoso ultimo-posto-con-stonature al festival di Sanremo 2022, transitando poi per uno svezzamento nei paraggi produttivi della factory di Fedez e arrivando a volare in proprio grazie a un repertorio che adesso non somiglia a nessun altro.
L’alchimia nasce dal fatto che Tananai scrive canzoni solidissime, sorrette da un impianto sentimentale irresistibile per il pubblico di circa-ventenni, sia che si tratti di romantiche ballate attorno a malinconici abbandoni come “Veleno”, o di capricciose vanterie uptempo in tormentoni come “Baby Goddamn”. Ma mica è solo quello: la disinvoltura con cui Tananai adesso prende il palco, parla a quelli là sotto, li fa divertire e accende l’indispensabile meccanismo di transfert sexy-confidenziale, sembrano già appartenere a un veterano, o a un predestinato. E quando lui è in scena l’atmosfera generale è di un “ottimismo nonostante tutto”, una gioia di vivere a dispetto delle sfighe che si sintetizza in quella sua faccia da schiaffi da malandrino rubacuori, destinato a restare per anni sui poster delle camerette.
Il ragazzo però è anche altro, sveglio come pochi. Prova ne sia che durante la piovosa serata del Circo Massimo nel profluvio delle dediche, la più centrata l’ha pronunciata lui: cantando “Tango”
per il rapper Toomaj Salehi, condannato a morte dal regime iraniano per “corruzione sulla terra”, sentenza che prevede l’impiccagione. Perché mica dappertutto si può vivere da Tananai.