Da giorni tutti elogiano
Silvio Orlando, che ha avuto l’ardire di interrompere uno spettacolo all’Arena del sole di Bologna perché i display dei telefoni continuavano a illuminarsi nel buio della platea. Ha fatto bene, siamo tutti d’accordo, ma guai a quella nazione che ha bisogno di un attore per ricordarsi cosa sia la buona educazione. Peggio ancora va, però, a quella nazione che scambia per questione di bon ton quello che in fondo è un appello politico; a mio avviso, infatti,
l’utilizzo dei telefoni è il simbolo principe del complicato rapporto fra il nostro popolo e la libertà.
Pretendiamo di utilizzarli ovunque – a teatro, a scuola, a letto, in chiesa – perché ci illudiamo che il nostro essere liberi consista nel dare quando ci pare un’occhiata alle notifiche o nel mandare a chi ci pare una fotina al volo. Ci sentiamo così liberi, nel farlo, da non pensare all’evenienza che chi è con noi a teatro, a scuola, a letto o in chiesa debba sentirsi altrettanto libero di non venire distolto dalle nostre notifiche e dalle nostre fotine. Non solo: afferriamo il telefono in modo tanto compulsivo da non renderci conto che, se non riusciamo a resistere quell’oretta e mezza senza dover mettere la mano in tasca e l’occhio al display, se non riusciamo a goderci dall’inizio alla fine uno spettacolo, una lezione, una dormita o una messa, forse quella che stiamo esercitando non è una libertà. Guai a quella nazione che si sente talmente libera da non accorgersi di essere ridotta in schiavitù.