Scriveva Giorgia Mecca,
per il novantesimo compleanno del campione, che "grazie a quest’uomo brizzolato che è sempre rimasto seduto sugli spalti a guardare il movimento crescere, l’Italia ha capito che il tennis non è un paese straniero, e allora ecco Panatta, Barazzutti, Bertolucci, i gesti bianchi che diventano rotocalco, non proprio uno sport popolare ma nemmeno un altro pianeta. “Sono stato fortunato. Ho vinto più di quanto abbia perso. A quarant’anni, senza dolore, ho capito che era il momento di smettere. Non ho mai rimpianto il calcio. Dopo il ritiro è cominciata un’altra vita, forse meno brillante e con meno adrenalina, ma è stata una vita bella uguale".
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Oggi il tennis italiano "perde il suo simbolo più grande, e io perdo un amico. Nicola Pietrangeli non è stato soltanto un campione: è stato il primo a insegnarci cosa volesse dire vincere davvero, dentro e fuori dal campo. È stato il punto di partenza di tutto quello che il nostro tennis è diventato. Con lui abbiamo capito che anche noi potevamo competere con il mondo, che sognare in grande non era piu' un azzardo", ha detto il presidente della Federazione italiana tennis e padel (Fitp), Angelo Binaghi. "Quando si parla di Nicola, si pensa subito ai record, alle Coppe Davis, ai titoli e ai trionfi che resteranno per sempre nella nostra storia. Ma la verità è che Nicola era molto di più. Era un modo di essere. Con la sua ironia tagliente, il suo spirito libero, la sua voglia inesauribile di vivere e di scherzare, riusciva a rendere il tennis qualcosa di umano, di vero, di profondamente italiano. Parlare con lui era sempre un piacere e una sorpresa: potevi uscire da una conversazione ridendo a crepapelle o con una riflessione che ti restava dentro per giorni. Nel mio ufficio c'è una foto a cui tengo moltissimo: io bambino, raccattapalle in una sfida di Coppa Davis a Cagliari, e davanti a me proprio lui, Nicola Pietrangeli. Ogni volta che la guardo, mi sembra di tornare a quel giorno. E mi rendo conto che, in fondo, tutto per me è cominciato lì. Quella foto non e' solo un ricordo: è un simbolo. Il simbolo di come un bambino possa innamorarsi di uno sport grazie a chi lo incarna in modo così pieno e naturale. Per me Nicola non era solo il piu' grande giocatore della nostra storia. Era il tennis, nel senso più profondo del termine".