Ci ha messo un po’ l’estate a ingranare quest’anno. Ha fatto strano vedere per giorni i corridori sulle strade del Tour de France beatamente stravaccati sul divano con pochi sudori sulla pelle e con ancor meno lamenti modello Nestea, Antò fà caldo. Poi il caldo è arrivato e tutto è rientrato nella normalità. La canicule ha riunito Francia e Italia alla stessa maniera di sempre, quella di luglio. Perché si può essere antifrancesi tutto l’anno, ma poi, almeno chi prova piacere nel vedere il ciclismo, ci si dimentica di tutto questo a luglio, perché c’è il Tour de France, perché c’è niente di meglio di una birra ghiacciata e il Tour in tivù.
Ci ha messo un po’ l’estate a ingranare quest’anno, ha ingranato subito invece il Tour de France. Ha ingranato dalla prima tappa, dalla fuga con vittoria di
Romain Bardet. E
quando una corsa parte con una fuga vincente di Romain Bardet, parte con una stretta al cuore che regala la sensazione che tutto è andato per il verso giusto. Perché Romain Bardet è uno di quei corridori che non sono solo pedalatori, ma hanno la capacità di andare oltre il semplice movimento meccanico del pedalare. È in grado di metterci di fronte al fatto che siamo – noi appassionati e loro corridori – esseri imperfetti e fallibili ma animati dalla speranza che tutto, in un modo o nell’altro, si possa aggiustare, nonostante le occasioni andate e le delusioni digerite, solo ed esclusivamente con l’amore per quello che si fa. Cioè pedalare.
Romain Bardet è stata un’evasione di inizio estate da quello che sapevamo sarebbe potuto – dovuto? – accadere in questo Tour de France, che era giù storico di suo.
Prima partenza dall’Italia e primo arrivo finale lontano da Parigi, a Nizza, domenica al termine della cronometro che partirà da Monaco (solo nel 1989 la Grande Boucle si chiuse con una prova contro il tempo). Poteva bastare. Poi Tadej Pogacar ha avuto la brillante idea di riunire la maglia gialla con la maglia rosa in una stessa stagione, anzi in due mesi appena. Non accadeva dal 1998, da Marco Pantani.
Per due anni a Tadej Pogacar sono stati dati tantissimi consigli che lui non aveva richiesto. Tutti però potevano essere sintetizzati in un caro Tadej se vuoi battere Vingegaard devi iniziare a gestirti, devi iniziare a non sprecare energie in azioni poco utili. Glielo avevano detto vecchi e meno vecchi campioni, esperti e meno esperti giornalisti, addetti ai lavori, opinionisti.
C’è mai da fidarsi troppo delle opinioni. Tadej Pogacar le opinioni altrui non le ha mai ascoltate davvero e se lo ha fatto non le ha fissate nella memoria. Ha continuato a fare quello che aveva sempre fatto. Ha continuato a scattare, a sprintare, a tentare di fuggire quando riteneva giusto farlo. A correre alla sua maniera perché è così, solo così, che si diverte.
Per Tadej Pogacar la bicicletta è tante cose. È scienza e tecnica, è mezzo di lavoro, è materiale artistico, è soprattutto fonte di divertimento. Di enorme e assoluto divertimento. Pure la fatica, i muscoli che bollono e i polmoni a fuoco, sono divertimento. Con tanti saluti a de Sade.
In lui non c’è la tragicità pantaniana, è infinitamente lontano da quel Vado così forte in salita per abbreviare la mia agonia. L’agonia per Pogacar non esiste proprio.
Tadej Pogacar è ancora quel bambino che allarga il suo orizzonte pedalata dopo pedalata. Che ha gli occhi eccitati, felici e stupiti per quello che gli sta attorno, per tutte le novità che riesce a immortalare nella sua memoria. La fatica è solo un rumore di fondo, qualcosa di trascurabile.
Anche a questo Tour de France, Tadej Pogacar si è divertito da matti a pedalare. E pedalando ha dimostrato che era mica vero che doveva cambiare, che doveva diventare quello che non è mai stato: un economo della pedalata.
Certo, qualcuno dirà e ha detto, che Jonas Vingegaard non era messo al meglio, che tutte le ossa che si era rotto nella disastrosa caduta al Giro dei Paesi Baschi erano un fardello troppo gravoso. Tutto vero. Tutto, in fondo, superfluo. Ha fatto del suo meglio Jonas Vingegaard,
ha dimostrato sulla strada, nella sofferenza, nell’incapacità di darsi per vinto che è un campione, come lo dimostrò un anno fa Tadej Pogacar con il polso messo male in quelle due settimane di battaglia furiosa, uno scatto dopo l’altro, con il danese,
prima di crollare più di testa che di gambe sul Col de la Loze.