Per aprire il 2026 Zelensky parla di pace, Putin di vittoria

Micol Flammini
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|1 mese fa

Il presidente ucraino, Volodymyr Zelensky, ha iniziato il suo discorso di fine anno parlando della pace che l’Ucraina non vede arrivare: “Cari ucraini, tra pochissimi minuti inizierà il nuovo anno e darei qualsiasi cosa se, in questo messaggio, potessi dire che anche la pace arriverà fra pochi minuti. Purtroppo non posso ancora dirlo. Ma con la coscienza pulita io, noi tutti, possiamo dire che l’Ucraina sta facendo tutto per la pace e continuerà a farlo”. “Pace” è la parola che il presidente ucraino ormai ripete ossessivamente, è il desiderio di tutta una nazione costretta a difendersi da oltre dieci anni. Da oltre un mese Kyiv è impegnata in uno sforzo diplomatico costante per cercare una strada che porti alla fine del conflitto. I viaggi dei collaboratori di Zelensky, a cominciare dal capo negoziatore Rustem Umerov, mostrano che l’Ucraina sta parlando con tutti per trovare una mediazione – ieri Umerov era in Turchia, Ankara dall’inizio dell’aggressione russa si è offerta come mediatrice in diversi ambiti, riuscendo a concludere gli accordi sul trasporto del grano nel Mar Nero del 2022, interrotti un anno dopo da Mosca. Sul tavolo dei colloqui, Kyiv ha messo una bozza di accordo, di cui continua a discutere con gli europei e con gli americani: “L’accordo di pace è pronto al 90 per cento – ha detto Zelensky nel suo ultimo discorso del 2025 – Resta il 10 per cento ed è molto più che un numero”. In quel dieci per cento c’è l’essenza dell’accordo, “c’è tutto”, ha rimarcato il presidente ucraino. Se la pace sarà giusta o meno, dipenderà da questa percentuale.
“E’ il dieci per cento che determinerà il destino della pace, il destino dell’Ucraina e dell’Europa, come vivranno le persone. Il dieci per cento per salvare milioni di vite”. Zelensky è stanco, l’Ucraina è stanca, ma non per questo il presidente e il paese sono pronti a una pace senza condizioni. Insistere sul dieci per cento è faticoso e il mese di gennaio sarà interamente dedicato ai colloqui, ai viaggi, agli appuntamenti fra l’Europa e gli Stati Uniti. Gennaio sarà un mese di diplomazia frenetica. Oggi ci sarà un appuntamento a Kyiv con i consiglieri per la sicurezza nazionale europei (avrebbero dovuto presentarsi anche gli emissari americani, Steve Witkoff e Jared Kushner, ma si collegheranno da remoto), mentre si attende che Mosca dia una risposta che non sia sempre la stessa: “La guerra finirà quando saranno eliminate le cause profonde che l’hanno provocata”. Nel discorso Zelensky ha domandato: “La Russia può porre fine alla guerra? Sì. Vuole farlo? No”. A chilometri di distanza, a Mosca, Vladimir Putin confermava le affermazioni del presidente ucraino tenendo il suo discorso di fine anno registrato con il Cremlino alle spalle e trasmesso undici volte, per ogni fuso orario della Russia. Zelensky ha parlato per venti minuti, Putin per meno della metà del tempo. Zelensky ha promesso la pace, Putin ha promesso la vittoria in un discorso incentrato sulla sovrapposizione delle aspirazioni e necessità di ogni russo con quelle della patria: “Naturalmente, ognuno di noi ha sogni personali, unici, molto speciali a modo suo. Eppure sono inseparabili dal destino della nostra patria e dal sincero desiderio di esserle utili”.
Nel gennaio della diplomazia, non ci sono appuntamenti che prevedono la presenza dei russi. Per il Cremlino la notizia che Witkoff e Kushner non andranno a Kyiv (non sono mai stati in Ucraina) è da festeggiare. Quando i due emissari americani, a inizio dicembre, erano stati in Russia a incontrare Putin, gli avevano promesso che non sarebbero passati per Kyiv per riferire a Zelensky l’esito dei colloqui tenuti a Mosca. Nel discorso di fine anno, Putin ha di fatto detto ai russi di aspettarsi ancora altra guerra: “Alle soglie del nuovo anno, sentiamo tutti lo scorrere del tempo. Davanti a noi si estende il futuro, e ciò che ci riserva dipende in gran parte da noi”. Il non detto è che per il futuro, Mosca, più che suoi suoi soldati al fronte, punta molto sugli Stati Uniti.
“E’ il dieci per cento che determinerà il destino della pace, il destino dell’Ucraina e dell’Europa, come vivranno le persone. Il dieci per cento per salvare milioni di vite”. Zelensky è stanco, l’Ucraina è stanca, ma non per questo il presidente e il paese sono pronti a una pace senza condizioni. Insistere sul dieci per cento è faticoso e il mese di gennaio sarà interamente dedicato ai colloqui, ai viaggi, agli appuntamenti fra l’Europa e gli Stati Uniti. Gennaio sarà un mese di diplomazia frenetica. Oggi ci sarà un appuntamento a Kyiv con i consiglieri per la sicurezza nazionale europei (avrebbero dovuto presentarsi anche gli emissari americani, Steve Witkoff e Jared Kushner, ma si collegheranno da remoto), mentre si attende che Mosca dia una risposta che non sia sempre la stessa: “La guerra finirà quando saranno eliminate le cause profonde che l’hanno provocata”. Nel discorso Zelensky ha domandato: “La Russia può porre fine alla guerra? Sì. Vuole farlo? No”. A chilometri di distanza, a Mosca, Vladimir Putin confermava le affermazioni del presidente ucraino tenendo il suo discorso di fine anno registrato con il Cremlino alle spalle e trasmesso undici volte, per ogni fuso orario della Russia. Zelensky ha parlato per venti minuti, Putin per meno della metà del tempo. Zelensky ha promesso la pace, Putin ha promesso la vittoria in un discorso incentrato sulla sovrapposizione delle aspirazioni e necessità di ogni russo con quelle della patria: “Naturalmente, ognuno di noi ha sogni personali, unici, molto speciali a modo suo. Eppure sono inseparabili dal destino della nostra patria e dal sincero desiderio di esserle utili”.
Nel gennaio della diplomazia, non ci sono appuntamenti che prevedono la presenza dei russi. Per il Cremlino la notizia che Witkoff e Kushner non andranno a Kyiv (non sono mai stati in Ucraina) è da festeggiare. Quando i due emissari americani, a inizio dicembre, erano stati in Russia a incontrare Putin, gli avevano promesso che non sarebbero passati per Kyiv per riferire a Zelensky l’esito dei colloqui tenuti a Mosca. Nel discorso di fine anno, Putin ha di fatto detto ai russi di aspettarsi ancora altra guerra: “Alle soglie del nuovo anno, sentiamo tutti lo scorrere del tempo. Davanti a noi si estende il futuro, e ciò che ci riserva dipende in gran parte da noi”. Il non detto è che per il futuro, Mosca, più che suoi suoi soldati al fronte, punta molto sugli Stati Uniti.

