Ieri era l’ottantaduesimo compleanno di
Werner Herzog, che ai miei occhi – occhi di innamorato da quando avevo tredici anni, e per giunta occhi di innamorato geloso, via via che vedevo moltiplicarsi i suoi ammiratori ritardatari e spesso superficiali – è il più puro artista (dire regista sarebbe riduttivo) del nostro tempo. L’ho festeggiato leggendo
Guida per i perplessi, la nuova edizione aggiornata delle sue conversazioni con Paul Cronin, appena pubblicata da minimum fax. Di solito non amo quando i registi parlano della loro opera. O sono affabulatori così irresistibili e ragionatori così articolati che a momenti ti fanno sentire superflui i loro film (modello Orson Welles); o sono così parsimoniosi ed evasivi sulle cose essenziali che quasi finiscono per indispettirti (modello Alfred Hitchcock). Ma con Werner Herzog è diverso. Sentirlo parlare dei suoi film, vedere i suoi film: tra le due cose non esiste cesura, solo un trapasso a malapena avvertibile, uno sprofondare nello stesso sonno, cullati dalla stessa voce. A volte, poi, le due cose si confondono: “Amo i miei film come amo i miei figli.
Sono come il membro di una tribù africana a cui basta gettare un’occhiata alla sua mandria di cinquanta bestie per capire se ne manca una”. Sono sicuro che questa cosa la diceva anche il personaggio di un suo film, ma quale? Era forse qualcuno in
Dove sognano le formiche verdi? O era un’altra intervista che suonava come una sceneggiatura? Quasi quasi li riguardo tutti per trovare la risposta.