Le catastrofi sono il punto in cui gli uomini, da quella che hanno creduto essere la propria storia di soggetti autonomi, cadono nello stato di oggetti di un processo ciclico e inesorabile. Questo l’insegnamento, sottolineato anche dal titolo scelto dall’editore, che l’autore trae sotto l’impressione e per l’accumulo delle rovine esaminate occupandosi della campagna di annientamento condotta dai bombardieri alleati sulla Germania nel 1943-1945.
In questa serie di lezioni,
Sebald muoveva – era il 1997 – da una vistosa mancanza: nel Dopoguerra quasi nessuno aveva nelle patrie lettere tentato di descrivere questa esperienza, coerentemente con il silenzio generale osservato dai tedeschi circa l’entità della devastazione e dei lutti subiti dalla popolazione civile (ammutolimento analogo a quello dei sopravvissuti di Hiroshima e Nagasaki). Quelle poche opere in cui si era esperito il tentativo, qui impietosamente dissezionate, avevano ampiamente mancato, per reticenza o per una discutibile ricerca estetica, il bersaglio. Molto più utile allora, per avvicinare il vero, rivolgersi alla letteratura prodotta dagli specialisti: a quanti hanno ricostruito le premesse dottrinarie, l’organizzazione e l’esecuzione tecnica dei bombardamenti, o il generarsi delle gigantesche tempeste di vento e di fuoco che hanno incenerito Amburgo lasciando corpi fusi nell’asfalto come antichi abitanti di Pompei, o le cause di morte e lo stato dei cadaveri, o ancora il problema botanico, affascinante, della ricrescita della vegetazione sulle macerie.
Sebald ha recuperato immagini ed esperienze fondative, proprio perché rimosse, dell’attuale fisionomia urbana e della travagliata psiche del suo paese (come dimostrano le lettere ricevute dopo una prima pubblicazione di queste lezioni), con lucidità e pietas, provando che un tema che mostra il popolo colpevole anche come popolo vittima – perturbante constatare come un comune destino di combustione toccasse alla popolazione civile delle città e agli internati nei lager – non è e non può essere esclusiva di revisionismi storici in malafede.
Un dato, però, rischia di essere offuscato dalla metafora, altrove illuminante, della naturalità della distruzione: che non si trattò di alcuna eruzione vulcanica, ma di un esercizio di potenza totalitario deliberato da stati maggiori e da governi, di colossali crimini di guerra per i quali nessuno è mai andato alla sbarra. Lo stesso Sebald è costretto a confrontarsi nelle ultime pagine con questa obiezione e lo fa sbrigativamente con l’argomento controfattuale che i nazisti, i primi a sperimentare con perverso piacere i bombardamenti terroristici, potendo avrebbero fatto altrettanto. Argomento comprensibile, ma ben insoddisfacente per quello che cerchi di essere – se non è vano – un giudizio morale della distruzione.
W. G. Sebald
Storia naturale della distruzione
Adelphi, 152 pp., 12 euro