Il cielo d’Irlanda sarà anche un tappeto che corre veloce, ma sull’Atalanta di Gian Piero Gasperini incomberà in maniera opprimente, con il rischio di mozzarle il fiato. A Dublino, mercoledì sera, i nerazzurri non dovranno sfidare tanto il Bayer Leverkusen, quanto un avversario più subdolo, scivoloso, invisibile: la paura. La paura di sbagliare anche stavolta, di arrendersi all’ultimo atto, di rimanere nella storia del nostro calcio come quelli belli e perdenti. Termine sgradevole, perdenti: diciamo piuttosto, nel malaugurato caso, non vincenti. Perché il cammino dell’Atalanta in questi anni non può certo ridursi a un trofeo alzato oppure no, a una conclusione che potrebbe entrare e invece finisce fuori di un soffio. Ma l’ingiuria, come la calunnia, è un venticello: si fa strada sottile, insensibile, eppure sussurra.
L’Atalanta avrà dunque il compito di non sentirle, queste maledette malelingue, e continuare sulla strada intrapresa in uno dei cicli tecnici più lunghi e di successo che la Serie A abbia conosciuto in questi decenni. Dovrà provare a non pensare a ciò che è stato all’Olimpico, una finale che nel giro di quattro minuti si è messa su un binario che pareva disegnato dalla mano mefistofelica di Massimiliano Allegri: un’azione costruita benissimo, andando a far male lì dove i nerazzurri sono storicamente più esposti, e conclusa ancora meglio da Vlahovic, bravissimo nel reggere l’uno contro uno con Hien e a battere Carnesecchi. Da quel momento in poi, l’Atalanta ha dovuto fare i conti con una partita che non voleva giocare: brutta, sporca, alla ricerca di spazi inesistenti e introvabili, resa ancora più complessa dall’assenza di Scamacca, ideale destinatario di quella pioggia di cross che ha visto giganteggiare Gatti, Bremer e Danilo.
Il Bayer Leverkusen è senza alcun dubbio un avversario antipatico da affrontare anche se, per paradosso, potrebbe rappresentare un abbinamento migliore rispetto a una Juventus che si è riscoperta granitica nella notte dell’Olimpico:
la squadra di Xabi Alonso gioca ma fa giocare e potrebbe esporsi alle ripartenze dei nerazzurri, accettando l’uno contro uno proprio come fanno i ragazzi di Gasperini. Bisognerà capire cosa frullerà nella testa dei protagonisti della Dea, se il rammarico per la finale di Coppa Italia sfumato sarà più forte della concentrazione o se diventerà benzina in grado di accendere un fuoco che quest’anno ha saputo divampare anche in scenari imprevisti, citofonare Liverpool per ulteriori chiarimenti.
A far immaginare che nella sfida dell’Olimpico ci fosse un disegno nefasto è stata anche l’uscita di scena di Marten de Roon, l’alleato più fidato di Gasperini, l’estensione in campo del pensiero dell’uomo di Grugliasco: le mani sul volto, le lacrime a preannunciare l’epilogo, un malessere da fine del mondo. Gasp, prima di tutti, ha capito l’atteggiamento da tenere: “Non usciamo sminuiti da questa partita, la squadra ha dato tutto. Stiamo giocando tutte finali, questa è andata così e l’accettiamo”. Ha iniziato a preparare Dublino nella pancia dell’Olimpico, ostentando un sorriso di circostanza eppure rassicurante, nella speranza che non finisca anche stavolta come tutte le altre.
E che il cielo d’Irlanda si muova, finalmente, con la Dea.