Siete solo dei poveri modernisti

Redazione Online
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|1 mese fa
Google creative commons
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Basta sfogliare una rivista di moda per vedere come sedie Wassily, LC4, lampade Arco, poltrone dei coniugi Eames, Butterfly Chair e loro imitazioni continuino a essere perfette per i set fotografici, con aggiunta di candida moquette. C’è qualcosa nel metallo cromato e nella pelle nera che attrae ancora dopo quasi un secolo, e che ha ormai la funzione di un comfort food estetico. Anche sulle copertine quando non si punta su foto di donne di spalle si celebra il modernismo – di recente due uscite Mondadori hanno la Torre Velasca in copertina (un Buzzati degli Oscar e il romanzo di Alice Valeria Oliveri). Strano che nessuno si sia ancora inventato il Torrone Velasca, per Natale, un Toblerone BBPR a forma di palazzone modernista da vendere a 25 euro nello shop della Triennale. Anche se con quel nome una pagina Instagram (@eclissidilana) ci ha fatto un calendario dell’avvento, a forma di Velasca, con dentro le icone del design, dai Castiglioni a Magistretti. I mercatini puntano sul modernariato e nessuno riesce più a liberarsi delle madie ottocentesche delle nonne, troppo voluminose per le case dei millennial.
“Oggi vogliono solo Gio Ponti e Ico Parisi”, dicono gli antiquari. E via di mostre e retrospettive e appartamenti a Brooklyn “ispirati a Villa Necchi Campiglio”. L’hype si vede anche nell’arte contemporanea. “Il modernismo diviene un oggetto di fascinazione, che merita più attenzione e ricerca. Ne derivano sentimenti di venerazione e nostalgia”, scrive Claire Bishop nel suo ultimo libro Attenzione disordinata (Johan&Levi). Bishop ricorda che per un momento, negli anni Ottanta del disimpegno, si era cercato di staccarsi dall’utopismo di Le Corbu e compagnia, per poi ricascarci in un’altra forma dopo il crollo sovietico, abbracciando una nuova critica al neoliberismo. “L’idea di utopia, riaggiornata e depoliticizzata, inizia a esercitare un fascino magnetico su artisti e curatori”, dice la storica dell’arte. E in parallelo amare il mid-century diventa segno di eleganza. Wallpaper*, nato nel ’96, diventa la bibbia del modernismo come life-style. E anche i modernismi non-occidentali diventano cool. L’estetica Ddr supera il grunge atlantico. Niemeyer e Lina Bo Bardi diventano icone, i loro edifici set. “Ogni volta che mi imbatto in un nuovo esempio contemporaneo, ho sempre la sensazione di averlo già visto”, scrive Bishop, un déjà-vu che dimostra quanto la nostra memoria sia ormai occupata da tutto quello che scrolliamo, tra Bauhaus fatto con l’Ai, case di Lautner a LA “di nuovo in vendita” e Radio di Brionvega da regalare a Natale.
Tutto questo è facilitato dalla “affermazione del rettilineo” del device, dalla rivista allo schermo dell’iPhone – “allora come oggi, la tentazione di riempire la foto, la tela o l’inquadratura con strutture geometriche è irresistibile”. Amiamo il modernismo perché odiamo il neoliberismo? Forse sì. A sfuggire a questa dittatura di essenzialità e funzionalità, resta solo Donald J. Trump, che vorrebbe buttare giù il brutalismo di DC e creare un mondo dove lo stile finto-Luigi XIV abbraccia il greek revival federale in cartongesso, tutto condito da decorazioni d’oro “24 carati” (in realtà comprate di plastica da Home Depot, il loro Leroy Merlin, e spruzzate con vernice dorata).

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