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Brunetto Latini insegnante di Dante

Nel canto quindicesimo dell’Inferno Dante incontra Brunetto Latini, il suo insegnante di letteratura poetica, che rende eterno l’uomo, per la fama che ne consegue: “chè ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo, ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’eterna”...

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Brunetto Latini insegnante di Dante
Nel canto quindicesimo dell’Inferno Dante incontra Brunetto Latini, il suo insegnante di letteratura poetica, che rende eterno l’uomo, per la fama che ne consegue: “chè ’n la mente m’è fitta, e or m’accora, / la cara e buona imagine paterna / di voi quando nel mondo, ad ora ad ora / m’insegnavate come l’uom s’eterna”. Brunetto Latini fa parte dei sodomiti, cioè omosessuali, violenti contro natura, costretti a correre sotto la pioggia di fuoco. Dante, però, non inveisce contro il suo maestro. Mentre, infatti, la sua ragione riconosce nella sodomia un peccato, cioè etimologicamente un impedimento alla piena realizzazione dell’uomo, nel contempo riserva all’uomo una sorta di pietà per la sua fragilità. La scena in parte sa di idillio, in parte di dramma. C’è dell’idillio nel gesto di Dante che sfiora il capo del suo maestro con la sua mano, come una carezza di venerazione e di riconoscenza; nel ricordo del maestro che, giorno dopo giorno, gli ha insegnato l’arte della fama immortale; nella raccomandazione di tenere cara la sua opera, il Tesoro, che lo fa sentire ancora vivo, pur se all’Inferno: “sieti raccomandato il mio Tesoro / nel qual io vivo ancora, e più non cheggio”;  infine, c’è dell’idillio nella corsa che dovette fare Brunetto per raggiungere gli altri dannati nell’evocazione della corsa al pallio verde nella campagna, scena vista da Dante nel suo soggiorno a Verona nel 1304: “Poi si rivolse, e parve di coloro / che corrono a Verona il drappo verde / per la campagna; e parve di costoro / quelli che vince, non colui che perde”. Ma c’è anche del dramma nella predizione di Brunetto nei riguardi dell’esilio di Dante: il popolo maligno di Firenze, “nido di malizia tanta”, “avaro, invidioso e superbo”, derivato dai Fiesolani.Anche questo testo poetico vogliamo considerarlo sull’orizzonte dell’Anno giubilare. Sotto due versanti. Anzitutto, quello del peccato della sodomia, oggi alquanto diffuso, sui cui soggetti si stende un velo di compassione, nel considerare la fragilità dell’essere umano; ma, nel contempo non va sottovalutata la cultura sottostante, che ritiene un diritto anche ciò che è contro natura. Infine, come Dante, anche noi sentiamo il dovere di riconoscenza e di venerazione verso i nostri docenti.

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