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La situa - dibattiti universitari

A proposito di intelligenza artificiale

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A proposito di intelligenza artificiale
Abbiamo chiesto agli studenti universitari di esercitarsi intorno al tema dell'intelligenza artificiale. Scrivete anche voi, in duemila battute, a situa@ilfoglio.it. I migliori testi degli studenti universitari saranno pubblicati (qui trovate tutti gli articoli degli studenti pubblicati in questi mesi). Se non sei ancora iscritto a La Situa puoi farlo qui, ci vuole un minuto, è gratis.
Si fa un gran parlare dell'avvento dell'Ai in agricoltura: le frontiere della tecnologia bussano sempre con più insistenza alle porte del settore che, ignorantemente, viene ritenuto il più restio al cambiamento.
Da laureato in agraria dovrei essere spaventato dalla situazione? Se il solo pericolo fosse quello di sollevare l'uomo dai lavori più gravosi e ripetitivi, come suggerisce la recente visione utopistica di Musk, non ci sarebbe stata la necessità di scomodare la penna. Il problema è che la nuova tecnologia sembra minare proprio le professioni intellettuali cui assicura maggior spazio, facendoci ancora attendere quella centralità della figura umana già promessa dalle precedenti rivoluzioni industriali. Ciò che realmente temo sono le persone: i clienti che vorranno generare automaticamente le consulenze agronomiche, accontentandosi di un lavoro mediocre, impreciso e decontestualizzato; i datori di lavoro che, in nome di un idealizzato efficientamento, smetteranno di investire nel capitale umano.
Vi prego di non tacciarmi di luddismo. Ogni giorno, infatti, provo ad interrogarmi su come integrerò eticamente questo strumento nella mia futura vita professionale: si rivelerà sicuramente indispensabile per l’analisi dati o la creazione di modelli predittivi. È che, nel vedere i miei colleghi universitari rinunciare in toto al loro spirito critico, affidando senza remore all’intelligenza artificiale la stesura della tesi di laurea, non prospetto uno scenario roseo. Credo non si tratti di una questione che l’università potrà risolvere con un microseminario da 2 CFU sul “pensiero laterale nell’utilizzo dell’intelligenza artificiale”. C’è una necessità impellente di focalizzarsi sullo studente e sulle sue capacità, coltivandone in principio la professionalità e istruendolo nella risoluzione dei problemi. Sebbene la formazione universitaria non debba avere come fine ultimo la formazione lavorativa, oggi più che prima è necessario tutelare la persona, equipaggiandola degli strumenti necessari per non destinarla ad un’obsolescenza programmata. Forse i docenti non sono pronti a tutto questo, ma fortunatamente Seneca ci ricorda che homines, dum docent, discunt.
Il discorso di Mario Draghi all’inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico di Milano è stato visto da molte testate giornalistiche come un avvertimento al rischio di stagnazione e al divario economico tra Stati Uniti e Cina da una lato ed Europa dall’altro. Io non ho le competenze, essendo un ibrido tra comunicatore e scienziato sociale, per poter parlare dell’integrazione di queste nuove tecnologie nei mercati o in economia. Approfondendo il discorso dell’ex presidente BCE però non sembra essere solo quello il focus ma il suo intento pare essere piuttosto quello di spingere gli studenti ad investire e sfruttare queste nuove possibilità per migliorare la propria condizione di vita e non solo. Io sono d’accordo con l’ex presidente del consiglio sull’usare e sfruttare le nuove tecnologie ma il rischio, come per ogni nuovo strumento messo in mano all’uomo, è che non siamo ancora pronti ad adottarlo nel migliore dei modi e prima di avere dei frutti collettivi, come è successo per la rivoluzione industriale, ci saranno molti che qualcosa perderanno, se non la vita come nelle rivoluzioni tecnologiche precedenti, la libertà e la propria privacy. Draghi parla anche di adottarlo nella sanità e nell’istruzione, aspetti su cui mi trova d’accordo ma non possiamo pensare che un sistema sanitario come quello italiano -in cui le cartelle ancora sono cartacee e in cui il lavoro umano è ancora centrale- possano essere in breve disposte ad affidarsi a nuovi strumenti come gli algoritmi più famosi degli ultimi anni. I rischi quindi ci sono e le fatiche per integrarla sono prima di tutto umane, fisiologiche di sistemi che non sono volti al cambiamento ma al conservatorismo. Lo stesso Draghi cita l’immobilismo nella burocrazia e la lentezza nel rendere adeguate le condizioni per il proliferare di queste nuove tecnologie in Europa ma, secondo me, il problema è ancor meno complesso perché il problema è l’uomo; che non è in grado di cambiare in fretta ma in fretta pensa di poter adottare e imparare ad usare strumenti che conosciamo ancora poco. Per quanto possa sembrare un paradosso noi non sappiamo ancora come funzioni il Deep Learning e ciò che sappiamo è riduttivo rispetto alle necessità di costruire leggi che tutelino chi questi strumenti li usa quotidianamente. Io stesso per la stesura di questo breve articolo mi sono affidato all’uso di un IA, ma se avessi voluto scrivere qualcosa contro il governo, o stessi facendo un inchiesta su qualcuno che ha la possibilità di accedere ai miei dati in quanto tempo si trasformerebbe in uno strumento di controllo?

Federico
Linguistica all’Alma Mater di Bologna, laureato in comunicazione interculturale presso l’università di Torino

“Si è sempre fatto così” credo siano le parole che ho sentito più spesso in ambienti accademici e professionali nei miei pochi anni di esperienza. Queste parole offrono già un quadro chiaro delle barriere culturali che frenano l’adozione dell’AI e, più in generale, la diffusione di nuove tecnologie in Europa. In un’epoca in cui “digitalizzazione” è ormai parte del vocabolario politico, non si possono attribuire tutte le responsabilità della scarsa adozione dell’AI a limiti infrastrutturali.
La barriera principale è quindi culturale, il mio timore è che essa nasca dall’inconsapevole presunzione di aver raggiunto l’apice dello sviluppo, che alimenta la tentazione di mantenere lo status quo. A ciò si aggiunge una paura collettiva verso il progresso tecnologico, l’AI viene percepita con sospetto, come qualcosa di incontrollabile.
In Europa, per decenni, la ricerca è stata il motore della curiosità e della competitività tra le nazioni. Oggi celebriamo Leonardo da Vinci e altri innovatori per aver rivoluzionato il pensiero del loro tempo, influenzando il nostro presente. Eppure, nessuno direbbe che sbagliavano nel portare innovazione. Non vedo quindi perché oggi non debbano esserci nuovi “Leonardo europei”. Forse tra qualche decennio qualcuno riconoscerà che fece bene, pur con errori inevitabili, chi avviò l’epoca dell’Intelligenza Artificiale in Europa. Così quel “si è sempre fatto così” potrà diventare “si può fare meglio, risparmiando tempo, energie e denaro grazie all’AI”.
Riconosciuta la barriera culturale, ciò che serve oggi è accompagnare questo fenomeno e far comprendere che l’AI è una risorsa. Bisognerebbe incentivarne l’adozione nelle scuole e nei luoghi di lavoro. Dunque, concordo con le parole di Mario Draghi, oggi solo una minoranza si sta rimboccando le maniche. Serve che tutti si muovano in questa direzione, e la classe politica deve riconoscere la propria responsabilità nell’avviare questo processo, perché in fondo anche la politica è innovazione.

Giovanni Brandolini
Industrial Engineering and Management presso la Denmark Technical University


Quando si parla di stagnazione, la si descrive come qualcosa che forse arriverà un giorno. La verità è che è già qui. Negli Stati Uniti, se provi a lanciare una startup che non si occupa di IA, scopri subito quanto sia difficile raccogliere fondi: gli investitori guardano solo all’intelligenza artificiale. E parliamo di un mercato con una liquidità immensamente superiore alla nostra.
In Europa, invece, restiamo indietro. I dati Eurostat mostrano che solo la Germania supera il 20% di imprese che utilizzano l’AI, mentre Francia, Spagna e Italia si fermano attorno al 10%. Il problema è doppio: europeo e nazionale.
Sul fronte europeo serve un salto di qualità. Il 28º regime, su cui Draghi insiste, offrirebbe alle imprese una normativa comune capace di superare la frammentazione dei 27 sistemi nazionali. Oggi ogni startup deve adattare contratti, licenze e burocrazia a ciascun Paese: un freno che impedisce di scalare. Un 28º regime operativo creerebbe una vera autostrada europea per le aziende tech: più capitale, meno ostacoli, più velocità. E il capitale non manca: oltre 12 mila miliardi giacciono sui conti correnti europei.
A livello nazionale dobbiamo rimuovere i freni interni. In Italia amiamo così tanto le micro imprese da impedirne la crescita. Una riforma fiscale più progressiva, che renda meno traumatico il passaggio di dimensione, sarebbe indispensabile. Servirebbe poi un vero Ministero dell’AI e della Digitalizzazione, capace di coordinare ciò che oggi è disperso fra competenze sovrapposte.
Infine, la scuola: a 14 anni ci fanno scegliere un percorso quasi irrevocabile. Così perdiamo talenti che potrebbero eccellere altrove. Dovremmo unire medie e superiori, permettere ai ragazzi di formarsi sul lavoro già a 16 anni e far concludere la scuola un anno prima, come in Germania.
Se non costruiamo un’Europa che corre e un’Italia che cresce, la nostra rivoluzione AI non sarà altro che l’ennesima importazione americana, che finiremo per regolare prima ancora di capirla.

Matteo Lika
Business Administration and Economics presso l’Università di Roma “Tor Vergata”
Draghi l’ha detto forte chiaro: o l’Europa adotta l’AI su larga scala, oppure si avvita nella stagnazione. Una sentenza che suona come un ultimatum, e che il continente, come spesso accade, sembra accogliere con il consueto mix di buone intenzioni e iper-regolazione.
L’Europa vuole guidare l’etica dell’AI, non la sua adozione. Dal GDPR all’AI Act, il continente si propone come legislatore morale del digitale. Nulla di male, anzi; il problema è che mentre noi regoliamo, gli altri implementano. Negli Stati Uniti l’AI entra nelle aziende per default. In Cina è già un’infrastruttura nazionale.
In Europa invece l’AI deve attraversare un percorso a ostacoli: compliance, pareri legali, controlli interni, consultazioni, valutazioni d’impatto, spesso quando l’impresa non ha nemmeno capito a cosa serva davvero. È il paradosso europeo: puntiamo a governare una tecnologia che non utilizziamo abbastanza.
A mio parere, a complicare le cose c’è poi la parte umana: manager che non comprendono l’AI e la temono, aziende incapaci di assumersi un rischio, una Pubblica amministrazione che arriva alla digitalizzazione sempre con vent’anni di ritardo, sindacati che vedono l’AI come un preludio alla sostituzione e non alla trasformazione.
L’AI, resta così una scatola nera, circondata da discorsi solenni ma separata dai processi reali. Se l’Europa vuole evitare la stagnazione servono più implementazioni. È necessario premiare chi integra davvero l’AI nei processi produttivi, e la formazione deve diventare obbligatoria: non si può più competere con lavoratori che non hanno mai usato uno strumento AI.
Alla fine resta il nodo culturale: l’Europa vuole sicurezza prima del cambiamento. L’AI è il regno dell’imprevedibile e questo spaventa. Ma senza rischio non c’è crescita. Draghi lo ha detto senza dirlo: se vogliamo prosperare dobbiamo accettare una quota di incertezza, perché l’alternativa — stagnazione, declino demografico, competitività evaporata — non è per nulla rassicurante.
Aurora Forlivesi
laurea magistrale COMPASS dell’Università di Bologna
L’Europa o abbraccia l’intelligenza artificiale – avverte Draghi – oppure rischia di essere schiacciata tra Stati Uniti e Cina. In una fase di crisi economica, demografia stagnante e ritardo tecnologico, l’Italia non può trattare l’AI come un optional: è una questione di sopravvivenza economica e strategica.
L’AI può trasformare economia, lavoro, sanità, istruzione, amministrazione pubblica e industria. Stati Uniti e Cina lo hanno capito da tempo e investono per dominare le catene globali del valore. L’Europa, invece, procede con cautela, rischiando di perdere opportunità e di restare fuori da un processo che sta ridisegnando il mondo.
Per l’Italia, un paese segnato da bassa produttività e declino demografico, l’AI rappresenta un’occasione decisiva per rilanciare crescita e innovazione. Ma per sfruttarla serve una strategia, non annunci.
A complicare il quadro c’è un aspetto culturale: l’AI è spesso percepita come una tecnologia non del tutto trasparente, un sistema che “funziona” senza essere pienamente compreso. Questa opacità alimenta diffidenza: non perché l’AI sia di per sé minacciosa, ma perché fatichiamo ad accettare tecnologie che sfuggono alla nostra capacità di spiegazione e controllo. Stati Uniti e Cina hanno scelto l’approccio
opposto: non temere la complessità, ma governarla, utilizzando l’AI come strumento strategico per produttività e sicurezza. L’Europa resta sospesa tra scetticismo e fascinazione. Paradossalmente, chi teme l’AI rischia di essere governato da chi la usa.
Gli ostacoli sono numerosi. Manca capitale umano: figure tecniche e competenze avanzate. Università e imprese faticano a formarle e trattenerle, con una fuga di cervelli che penalizza proprio i settori chiave dell’innovazione. L’adozione richiede infrastrutture, investimenti e un quadro normativo chiaro, mentre in Europa prevale l’idea di regolare più che innovare. L’alternativa non è tra “AI contro persone”, ma tra declino o trasformazione.
Siamo pronti a scegliere?
Azzurra Forlivesi
Lettere Moderne presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano