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Parole come pietre e pietre che seppelliscono troppe anime

Prima scena. Afragola, importante centro della cintura napoletana, nei giorni scorsi è diventato teatro dell’ennesimo crimine nei confronti di una donna. La chiamiamo donna, ma sarebbe più corretto definirla una creatura appena uscita dall’infanzia, un passerotto che ha cominciato ad ascoltare il canto della primavera...

Parole come pietre e pietre che seppelliscono troppe anime
Prima scena. Afragola, importante centro della cintura napoletana, nei giorni scorsi è diventato teatro dell’ennesimo crimine nei confronti di una donna. La chiamiamo donna, ma sarebbe più corretto definirla una creatura appena uscita dall’infanzia, un passerotto che ha cominciato ad ascoltare il canto della primavera. Quattordici anni, una breve storia con un ragazzo di cinque anni più grande e una sufficiente maturità per rendersi conto che quella storia non può avere futuro. Da qui la decisione di dire basta. Cosa frequentissima nell’età dell’adolescenza, quando è più facile prestarsi, sull’onda dei sentimenti, che donarsi coinvolgendo la ragione e la responsabilità. Martina, questo è il nome della sventurata creatura, non ha però fatto i conti che, dall’altra parte, si nasconde un crudele Caino. È bastato un sasso per colpirla ripetutamente alla testa, seppellendola dentro una lenta agonia che non le ha dato scampo.Seconda scena. Siamo sempre nel Napoletano, ma questa volta in un liceo di scuola superiore, dove si dovrebbero insegnare ai ragazzi non solo competenze, ma soprattutto come diventare donne e uomini adulti, degni di questo nome. È qui che un docente scrive su Facebook una frase lapidaria, che non si presta ad equivoci interpretativi: “Auguro alla figlia della Meloni la stessa sorte della ragazza di Afragola”. Chi con i sassi e chi con le parole, ma il gioco non è molto diverso, verrebbe da dire. In fondo è sempre la morte la moneta di scambio, sia per chi si sente abbandonato affettivamente, sia per chi coltiva odio ideologico verso l’avversario politico trasformato in nemico. Con una aggravante, in quest’ultimo caso, perché la vittima è una creatura piccola e innocente, che non appartiene alla scena dei protagonisti. Un salto all’indietro nella notte dei tempi, quando la cultura tribale consentiva giochi di vendetta immotivati. Un buio dell’umanità che portò il legislatore del Deuteronomio (scritto 5-600 anni prima di Cristo) ad affermare che “non si metteranno a morte i padri per colpa dei figli, né si metteranno a morte i figli per colpa dei padri. Ognuno sarà messo a morte per il proprio peccato”.A questo punto la domanda si fa d’obbligo: che cosa accomuna le due scene? Poco, verrebbe da dire, lasciando il campo ai notisti politici, sia di destra che di sinistra, da usare strumentalmente per tirare acqua ai rispettivi mulini. Penso invece che in tutto questo ci sia un denominatore comune che alimenta l’orrore. Siamo alla morte dell’anima, dentro una cultura dove lo spirito della carne, come lo chiama la Scrittura, cioè l’istinto, l’aggressività, l’egoismo… hanno preso il sopravvento sullo Spirito, quello che era in Gesù, venuto ad umanizzare la storia. Siamo alla morte della metafisica, cioè la dimensione che va oltre la materia, verso il soprannaturale, verso Dio, i quali hanno dovuto farsi da parte, per lasciare il posto a ciò che è immanente, tecnico, materiale, sperimentabile. Belli senz’anima, verrebbe da dire mutuando da Cocciante.«È stata colpa dell’intelligenza artificiale», si è giustificato il professore campano quasi a volerci far credere che tutto è nato fuori dalla coscienza. Una conferma, la sua, di un vuoto d’anima che neppure la cultura è riuscita a colmare.

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