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La Rete per unire non per dividere

“Siamo membra gli uni degli altri. Dalle social network communities alla comunità umana”. Così si intitola il messaggio papale per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebra questa domenica. La Rete è nata per unire, non dividere. Per condividere il bene, il bello, la conoscenza; non il male, il brutto, la falsa conoscenza.

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“Siamo membra gli uni degli altri. Dalle social network communities alla comunità umana”. Così si intitola il messaggio papale per la 53ª Giornata mondiale delle comunicazioni sociali che si celebra questa domenica. La Rete è nata per unire, non dividere. Per condividere il bene, il bello, la conoscenza; non il male, il brutto, la falsa conoscenza. È la questione centrale del nostro tempo: la tecnologia amplifica la conoscenza offrendo  una riserva di memoria e cultura sempre più vasta. Ma in questa vastità è facile smarrirsi e ritrovarsi paradossalmente soli. La Rete che nasce per unire, raccogliere, mettere in relazione, può rivelarsi un deserto terribile. Ciò avviene quando lo strumento si tramuta in fine e lo spazio della comunicazione diventa la realtà stessa anzichè rappresentarla. Allora occorre aprire la coscienza e non chiuderla, occorre accettare la sfida della via lunga della comprensione invece di quella breve che presenta soluzioni sbrigative. La complessità della vita reale comporta la fatica dell’imparare a conoscere e non avviene con la velocità imposta dal mito del tutto e subito.Community non è automaticamente sinonimo di comunità; infatti può raccogliere migliaia di individui accomunati da interessi deboli o peggio dalla contrapposizione nei confronti dell’altro. Mentre invece comunità, come afferma papa Francesco richiamando la metafora del corpo e delle membra, è la motivazione profonda che porta a “deporre la menzogna e a dire la verità; l’obbligo di custodire la verità nasce dall’esigenza di non smentire la reciproca relazione di comunione. La verità infatti si rivela nella comunione. La menzogna invece è rifiuto egoistico di riconoscere la propria appartenenza al corpo; è rifiuto di donarsi agli altri, perdendo così l’unica via per trovare se stessi”.Come sostiene Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la comunicazione vaticano: “Sta a noi restituire alla Rete il suo significato più bello e più legato alla natura dell’uomo: la bellezza dell’incontro, del dialogo, della conoscenza, della relazione, della condivisione. Una chiamata alla responsabilità sul futuro della Rete, il nostro nuovo mondo digitale”.“La Chiesa stessa è una rete tessuta dalla comunione eucaristica, dove l’unione non si fonda sui like, ma sulla verità, sull’amen con cui ognuno aderisce al Corpo di Cristo accogliendo gli altri”, conclude il Papa. Pure questo è il nostro mondo in cui siamo chiamati ad essere missionari, cioè buoni comunicatori.

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