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Gran lezione di integrazione

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Gran lezione di integrazione
Andrea del Castagno, Giovanni Boccaccio, particolare del Ciclo degli uomini e donne illustri, affresco, 1450, Galleria degli Uffizi, Firenze (Wikimedia)&nbsp;<br />
Dante o Boccaccio, uno vale l’altro. Sul professore trevigiano che, per non scandalizzare gli alunni musulmani, ha sostituito la verifica sull’autore della “Divina commedia” con quella sull’autore del “Decameron”, hanno già scritto meglio di quanto potrei Maurizio Crippa e Camillo Langone. Aggiungo però che il vero scandalo sta a mio avviso nella sottintesa equipollenza fra i due grandi della letteratura italiana, radicata nella pratica didattica in Italia. Accade infatti che ogni istituto debba indicare determinati obiettivi minimi, ovvero argomenti che tutti gli alunni devono conoscere per ottenere la sufficienza.
Questa è la teoria; la pratica è che il naturale ciclo di interrogazioni e verifiche fa sì che gli alunni vengano di solito interrogati su pezzettini sparsi di programma, senza un controllo complessivo di tutto ciò che devono sapere a fine anno. Del resto gli alunni, in larga parte, studiano solo ciò su cui devono essere interrogati.
Ragion per cui, proponendo di sostituire Boccaccio a Dante, il professore trevigiano non stava inseguendo chissà quale elevato ideale di tolleranza ma semplicemente formalizzando ciò che troppo spesso è già nei fatti: qualcuno sa Dante e qualcuno sa Boccaccio, qualcuno sa Manzoni e qualcuno sa Leopardi, qualcuno sa Svevo e qualcuno sa Pirandello, quasi nessuno sa tutti gli obiettivi minimi e quasi tutti non sanno un bel niente. Proponendo la verifica sostitutiva agli alunni musulmani, quel professore stava dicendo loro di adeguarsi a quest’andazzo claudicante e strappare una sufficienza o più senza sapere gran che. Più integrazione di così.