La Camera dei deputati, che prima celebra il seicentocinquantesimo anniversario della morte di
Petrarca e poi nega i finanziamenti alle celebrazioni per il seicentocinquantesimo anniversario della morte di
Boccaccio, non sta solo facendo come quegli insegnanti disperati che, quando si accorgono che il programma scolastico è troppo vasto, iniziano a mutilarlo con insensati colpi di machete, Ungaretti sì e Quasimodo no, Pascal sì e Montaigne no, la guerra civile spagnola sì e la guerra sino-giapponese no.
L’evidente contraddizione – di per sé risibile: che razza di anniversario è il seicentocinquantesimo? – dà in piccolo la misura del ruolo che in Italia viene assegnato alla cultura.
La riteniamo strumento di discorsi aulici e di maniera; siamo tutti petrarchisti come un Panfilo Sasso o un Serafino Aquilano, convinti che essere colti significhi profondersi in discorsi alati, a metà fra l’erudizione trascendentale e il verbale di un ispirato brigadiere. Non la riteniamo invece strumento di divertimento e passatempo; troviamo disdicevoli gli ammicchi, le sconcezze e il bathos, tant’è che i rifacimenti boccacceschi li abbiamo lasciati a registi maledetti come Pasolini, ai maestri della commedia all’italiana come Monicelli, al sottobosco di cineasti scollacciati o scopertamente pornografici. Di sicuro, però, se litighiamo per due anniversari di morte, c’è una cosa su cui Petrarca e Boccaccio ci mettono tutti d’accordo: la cultura, in Italia, è percorsa da una sottile vena di necrofilia.