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I cristiani abitano il mondo come tutti ma con l’impegno della profezia

Lungo la storia, le comunità cristiane si sono più volte poste la domanda: come stare dentro il tessuto umano di cui sono parte? La domanda conosce una costante e una variabile. Le condizioni delle comunità cristiane nella storia variano: si può essere minoranza o maggioranza, trattati come sospetti, fino alla persecuzione, o riconosciuti, fino ad essere privilegiati.

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Lungo la storia, le comunità cristiane si sono più volte poste la domanda: come stare dentro il tessuto umano di cui sono parte? La domanda conosce una costante e una variabile. Le condizioni delle comunità cristiane nella storia variano: si può essere minoranza o maggioranza, trattati come sospetti, fino alla persecuzione, o riconosciuti, fino ad essere privilegiati. L’esigenza di fare i conti con la storia, si impone all’attenzione dei credenti in Gesù dalla fine del secolo I e si intensifica nel secolo II nella riflessione degli apologisti chiamati ad accreditare i cristiani come cittadini affidabili. Come tutti, i cristiani abitano il mondo e condividono l’appartenenza alla città. Essi tuttavia non si distinguono soltanto per un culto diverso, ma per una serie di “modi di vivere” il tessuto della vita quotidiana. L’attesa del ritorno del Signore con l’instaurazione definitiva del suo Regno, poneva sotto il segno del “provvisorio” le realtà di questo mondo. Ciò significava non ritenerle irrilevanti, ma misurarle con i criteri del “nuovo” promesso da Gesù e ben riassunto nelle beatitudini. E se ci sono cristiani che ispirandosi allo stile di vita itinerante di Gesù, accentuano il “distacco” dal modo di vivere corrente, vi sono altri che si interrogano su come vivere la vita di tutti nel segno della fede cristiana.Secondo il dettato dell’A Diogneto i cristiani praticano una duplice cittadinanza, della terra e del cielo. La seconda però è a vantaggio della prima poiché induce una solidarietà rivolta a tutti. L’agape senza esclusioni è il loro posto non rinunciabile nel mondo. Certo i cristiani escludono dalla loro pratica il culto dell’imperatore, però lo assicurano della loro lealtà. Si astengono dai culti delle divinità tradizionali, assicurano però la loro preghiera al Dio annunciato da Gesù, Padre di tutti, anche per le autorità e per la stabilità di questo mondo. Si delinea così una tensione tra la polarità della solidarietà con il mondo e la presa di distanza, tra la presenza ad esso “come tutti” e una “differenza”, una resistenza. In questo campo di tensione le Chiese si rifanno a una memoria fondamentale: il percorso che conduce al battesimo e alla eucaristia e da essi trae continuamente ispirazione ed energia. Il battesimo abilità un esercizio di libertà, una valutazione e una scelta racchiusa nei “no” e nei “sì” della celebrazione. L’eucaristia mette tenacemente in presenza del sogno di Dio sull’umanità: riconoscere ad ogni bene il carattere radicale del dono che chiama condivisione e attenzione là dove la vita è in difficoltà. Il mondo rimane mondo in cammino, chiamato oltre ogni assetto sociale e politico, a divenire “casa comune”, mondo del tutto libero dalle disumanità che lo segnano, mondo di tutti. Di questa vocazione i cristiani sono incaricati di custodire la memoria e di cercare senza stancarsi la profezia.

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