La scorsa estate ha sconfitto gli All Blacks, in Nuova Zelanda, per la prima volta in una serie di tre partite. Lo scorso novembre ha chiuso imbattuta i test-match superando Australia, Fiji e Sudafrica. Nei
primi due incontri del Sei Nazioni 2023 ha sbancato il Principality di Cardiff dominando il Galles 34-10 (ma già 27-3 all’intervallo) e infiammato l’Aviva Stadium di Dublino imponendosi sulla Francia 32-19. Tant’è che nella graduatoria del rugby mondiale è al numero 1 (su Francia e All Blacks).
E oggi (alle 15.15, Olimpico di Roma, su SkySport 1 e TV8) giocherà contro l’Italia.
L’Irlanda sta al rugby come
le Fiandre al ciclismo e l’Ungheria alla pallanuoto, come gli afroamericani al basket e i kenyani alla maratona. Un istinto, una scuola, una tradizione, una vocazione. L’Irlanda che, nella nazionale di rugby, unisce la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord nella stessa maglia, verde, e lo stesso stemma, il trifoglio. L’Irlanda che, da sempre, si riconosce nel
fighting spirit, quello della lotta e del combattimento, ma che, adesso, ha molto di più. L’Irlanda del mitico Willie John McBride, seconda linea, che inventò uno schema semplice ed efficace: bastava dire 99 perché i giocatori si disinteressassero del pallone e si dedicassero soltanto ai diretti avversari, non esattamente con tè e biscottini. L’Irlanda del divino Brian O’Driscoll, centro, nominato l’irlandese più sexy (ma fra le cinque giurate c’era la modella Glenda Gilson, a quel tempo sua fidanzata), cui gli irlandesi si riferiscono quando dicono che loro credono in God, Dio, ma anche in Bod (B per Brian, O per O’, D per Driscoll), un altro dio, il dio del rugby. Oggi l’Irlanda del glaciale Johnny Sexton, mediano di apertura e calciatore, che tra una partita e l’altra – come dice, scherzando, il rugbyologo Vittorio Munari – “viene messo in frigorifero per essere protetto anche dal passare del tempo”.
Come l’Irlanda sia riuscita a issarsi in cima al mondo, per Marco Bortolami, capo-allenatore al Benetton Treviso, non è un mistero: “Innanzitutto la politica: puntare sui propri giocatori, distribuiti nelle quattro province – Leinster, Munster, Ulster e Connacht –, selezionando pochi, ma fortissimi, atleti da altre federazioni, come l’ala neozelandese (e Maori) James Lowe e il mediano di mischia neozelandese Jamison Gibson-Park, dopo tre anni di residenza. Le esperienze di irlandesi all’estero, come lo stesso Sexton al Racing di Parigi, non hanno mai funzionato. Così i migliori irlandesi firmano contratti centralizzati, cioè direttamente con la propria federazione, vengono soddisfatti economicamente, trattenuti in patria e centellinati negli impegni più importanti. E se in Inghilterra il sistema è incrinato, con i fallimenti di due club come Wasps e Worcester, e se in Galles è pericolante, con l’agitazione (fin quasi lo sciopero) dei nazionali anche in questo Sei Nazioni e di più alla Coppa del mondo di settembre, in Irlanda sembra reggere perfettamente”.
Poi c’è l’attività di formazione, quella che Bortolami vorrebbe poter “rubare”: “Un sistema di alte prestazioni allargato, ma che si fonda su una diffusione enorme per il numero di praticanti. La base è costituita da circa 200mila giocatori fra gli uomini e 5mila fra le donne, 1900 squadre seniores fra gli uomini e 300 fra le donne, percentuali superiori alle altre britanniche, quasi il 4 per cento, il doppio di Galles e Scozia, ancora di più rispetto all’Inghilterra. La zona eletta rimane quella di Dublino, una ventina fra scuole e college, da Black Rock a Saint Andrews, dove si allenano e si misurano le qualità fisiche, tecniche e umane, e la capacità di ricevere informazioni. Dunque, non solo fondamentali ma anche principi, non solo istinto ma anche feeling”.
Il terzo caposaldo è nello stile di gioco: “La ricerca continua, ossessiva, instancabile della linea di vantaggio, un po’ come si fa nella Rugby League, il rugby a XIII – spiega Bortolami –. È diventato il loro marchio di fabbrica. L’esempio viene da Leinster, al vertice nello United Rugby Championship (la cosiddetta Celtic League), Munster ci sta arrivando, Ulster è a metà strada, Connacht ha un gioco più espansivo ma non è poi così lontana”. Il quarto sta nella cultura del gioco: “Radici, identità, appartenenza, aggregazione, oserei parlare perfino di religione. È sufficiente entrare nella club house di una squadra per respirarne la storia, riconoscerne lo spirito, abitarne i colori”.
Sembra impossibile battere l’Irlanda: “È riuscita a ringiovanirsi senza traumi, perché i giocatori più giovani arrivano al massimo livello già pronti. Così il XV titolare può contare su una rosa ampia, con più alternative per ogni ruolo. E anche per quello più delicato, il mediano di apertura, alla Coppa del mondo Sexton avrà finalmente la sua brava controfigura”.