Si chiamano “Stazioni di polizia cinesi all’estero” – e questo giornale, con Giulia Pompili, è stato il primo a occuparsene. Sono reti informative collegate online agli apparati della Repubblica popolare. Le maglie entro cui vivono e operano gli otto cinesi che – come il Foglio è in grado di anticipare – l’Italia ha deciso di espellere giovedì dal territorio nazionale. Otto uomini e donne che negli ultimi anni sono stati coinvolti in azioni di repressione transnazionale: sorveglianza e spionaggio della diaspora. Intrusioni malevole, esercitate dai cosiddetti poliziotti, perlopiù ai danni di oppositori e dissidenti. In altre parole: cittadini cinesi all’estero – in questo caso in Italia – incaricati di spiare altri cittadini cinesi espatriati, invisi al regime, e costringerli a rimpatriare. Nella giornata di giovedì, quindi, le questure di Torino, Milano, Brescia e Novara hanno dato esecuzione a tre degli otto decreti emessi dal ministero dell’Interno. Fonti qualificate spiegano come l’operazione sia invero frutto di un’attenzione crescente rispetto alle stazioni di polizia virtuali cinesi. Ossia di “un’intensa indagine”, condotta dalla Digos di Torino con il coordinamento della procura del capoluogo piemontese, che ha documentato l’operato della rete in Italia.
Gli otto agenti attivi, per conto di Pechino, erano stati incaricati di acquisire informazioni utili a localizzare alcuni oppositori. I quali – allorché individuati – diventavano target di minacce, intimidazioni, pressioni volte a sollecitarne il rimpatrio. Fra i tre espulsi – operativi contro un unico dissidente – si rileva oggi un referente dell’associazionismo cinese di Milano. Un uomo con ruolo apicale nella gestione della rete. Insieme con loro, una quarta cittadina che ha invece richiesto asilo politico (ed è al momento trattenuta presso il Cpr romano di Ponte Galeria). Quanto ai restanti quattro – colpiti dal provvedimento – si può ritenere abbiano abbandonato l’Italia. Dileguati, infatti, il comitato di Analisi strategica antiterrorismo ha vietato loro l’ingresso in area Schengen. “Per motivi di sicurezza nazionale”.
E dunque il caso, oggi, accende l’attenzione sul reticolo sinico. Sul network di residenti nel nostro paese che – talvolta con italiani afferenti alla criminalità comune, con cosiddette associazioni culturali, e con ignare agenzie d’investigazione – operano per aggiornare la sicurezza in Cina. Informando gli apparati pechinesi di eventuali danni all’immagine della Repubblica. L’attività investigativa – spiegano al Foglio – viene avviata nel 2022. Ma è nel 2024 che va incontro a un’accelerazione. E cioè quando l’uomo preso di mira dagli “espulsi” – un residente nel Nord Italia – comincia a essere monitorato, pedinato, inseguito con strumenti di video-ripresa. Caso esemplare di “repressione transnazionale”. Sintesi di violenze fisiche e psicologiche alle quali, nel disegno di Pechino, vorrebbe seguire il rimpatrio e un probabile (ingiusto) processo. La privazione della libertà. L’uso delle tecnologia, in questi casi, si esplicita anche nella sottrazione di segreti industriali (spesso legati al mondo della difesa). E ancora nella più recente “esfiltrazione elettronica” di dati relativi alla Polizia di stato in servizio presso le Digos.
Il 3 settembre del 2022 il Foglio pubblicò per primo la notizia della “Fuzhou Police Overseas Service Station”, la Stazione di polizia d’oltremare di stanza a Prato. Un faro acceso, sin da allora, e rivolto anche agli altri nuclei sul territorio nazionale. A distanza di quattro anni, la Polizia italiana ha individuato nomi, volti e storie dei speculari “poliziotti all’estero”. L’input del Viminale – “linea dura” – arriva forse non a caso a poco più di due settimane dalla notizia dell’hackeraggio da parte della Cina di agenti della Digos impegnati nella protezione dei dissidenti cinesi in Italia. L’obiettivo è ora quello di scongiurare il radicamento stabile. Di impedire che l’Italia diventi il prolungamento dello stato-partito.