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“Grazie Gigi!”, il bidello che aveva giocato nel Milan

Oggi li chiamano ausiliari e fanno parte della sigla che, nella scuola, designa il personale non insegnante...

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Oggi li chiamano ausiliari e fanno parte della sigla che, nella scuola, designa il personale non insegnante. “Il personale Ata – copio dal sito del Miur – è il personale amministrativo, tecnico e ausiliario degli istituti e scuole di istruzione primaria e secondaria, delle istituzioni educative e degli istituti e scuole speciali statali. Svolge funzioni amministrative, contabili, gestionali, strumentali, operative e di sorveglianza collegate all’attività delle istituzioni scolastiche”. Un campo vasto, si direbbe oggi, che va dagli uffici ai laboratori, al semplice contatto sul piano e nei corridoi. Tutte persone che contribuiscono a questa macchina straordinaria che è la scuola, dove in molti abbiamo passato anni indimenticabili e decisivi e dove i giovani costruiscono, passo dopo passo, il loro percorso di vita. Ne ho conosciuti molti che hanno segnato la storia di interi istituti: esperti, sicuri nel destreggiarsi tra le carte in ufficio o nel guidare un’esercitazione. Alleati fidati e preziosi dei professori che vivono questo contatto. E spesso amici dei ragazzi, con una confidenza cameratesca che non è consentita ai profe. Ne ricordo uno, in particolare, e non me ne vogliano tutti gli altri, la cui storia merita di essere ripresa in questo spazio, che più “ex cathedra” non si può. Si chiamava Gigi e lavorava come ausiliario, insomma bidello, all’Itc Calabrese di San Pietro in Cariano, negli anni ’90. Era un tipo speciale perché aveva un passato da calciatore di cui favoleggiava nei discorsi all’intervallo o alla mattina presto, prima dell’entrata nelle classi, coi ragazzi che arrivavano dalla Valpolicella, dalla Valdadige, dal lago. «Tanti anni fa – raccontava – avevo giocato nel Milan; negli anni ’60, facevo parte come attaccante delle giovanili». E la storia del Gigi, come nelle favole decollava fino a raggiungere lo spannung, che i ragazzi imparavano nel biennio: il punto di massima tensione del racconto, preceduto dalle peripezie dell’eroe, che poi si rompe e declina con un colpo di scena. Ed ecco la conclusione, sempre dalla voce del Gigi, che poi usciva a fumare una sigaretta: «Ma un brutto giorno, un incidente mi ha fermato per sempre ed eccomi qui a parlare del Milan di Capello, ma anche di quello di Rivera…». Un incanto che veniva regolarmente interrotto dalla campanella del rientro o del finis. Ma un brutto giorno la favola del Gigi finì veramente, perché il posto nel tavolo al primo piano dei larghi corridoi dell’Itc rimase vuoto. La campanella era suonata improvvisamente e definitivamente per Gigi, che se n’era andato di notte nel sonno, dopo la fine del suo tempo e delle lunghe disquisizioni sulla «tecnica del fùbal, che ormai non è più quello dei miei tempi». Un moto di commozione percorse tutti all’Itc: fu lanciata una sottoscrizione per contribuire alle spese del funerale. Gli Ata si autotassarono, i profe non furono da meno, l’ufficio di presidenza guidato da Pietro Mirabella e i ragazzi con un’alleanza degna, questa volta sì, del libro Cuore, riuscirono a raccogliere in tempo reale l’intera cifra. Una lezione che era passata, col sorriso e i valori di altruismo nella vita e nello sport testimoniati da Gigi, senza farlo troppo pesare, dentro quella “educazione trasversale” che spesso funziona più di quella frontale. «Anche se il nostro ruolo nella scuola è secondario – ricordò una collega ai funerali – sono sicura che l’affetto, la simpatia, l’allegria che trasmettevi ai ragazzi della nostra scuola era importante per loro quanto una buona lezione di storia o di matematica». Al primo piano dell’Itc, sul banco, c’erano ancora i fiori, i bigliettini dei ragazzi e un grande cartello: “Grazie Gigi!”.

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