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Fatti non foste a viver come bruti. L’Ulisse dantesco

Nell’ottava bolgia, quella dei consiglieri di frode, Dante incontra Ulisse, il mitico inventore del cavallo di Troia...

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Fatti non foste a viver come bruti. L’Ulisse dantesco
Nell’ottava bolgia, quella dei consiglieri di frode, Dante incontra Ulisse, il mitico inventore del cavallo di Troia. Certo, quando evochiamo Ulisse pensiamo con naturalezza a quello rappresentato da Omero. Meno conosciuto è l’Ulisse di Dante, benché ne risulti una figura ancor più significativa. Omero lo fa ritornare nella sua Itaca, a casa sua, dal padre Laerte, dal figlio Telemaco e dalla moglie Penelope, dopo aver lasciato il sito della maga Circe dai cui incantesimi si era lasciato ammaliare. Dante, invece, narra che, lasciata Circe, Ulisse si avventura in una impresa da epopea. Vuol conoscere il mondo ancora sconosciuto, quello oltre le colonne d’Ercole: “Quando / mi dipartii da Circe / né dolcezza di figlio, né la pieta / del vecchio padre, né ’l debito amore / lo qual dovea Penelopé far lieta, / vincer poter dentro da me l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto, / e delli vizi umani e del valore”. Il desiderio di nuove conoscenze ebbe il sopravvento persino sugli affetti più cari. Arringò la sua ciurma a seguirlo, facendo leva sull’orgoglio alimentato dalla voglia di nuove conquiste degne dell’uomo: “O frati, / non vogliate negar l’esperienza, / di retro al sol, del mondo sanza gente. / Considerate la vostra semenza: / fatti non foste a viver come bruti, / ma per seguir virtute e canoscenza”. Ed eccoli sfrecciare sul mare verso ponente e superare le fatali colonne d’Ercole, cioè lo stretto di Gibilterra. Ma l’impresa verso l’assoluto ignoto non era alla portata dell’uomo. Era una sfida troppo audace. Sarà un folle volo: “E volta nostra poppa nel mattino / dei remi facemmo ali al folle volo”. Conclusosi con un naufragio: “Infine che ’l mar fu sopra noi richiuso”. L’Ulisse dantesco ci offre almeno due messaggi sintonizzabili con i contenuti dell’Anno giubilare. Anzitutto, l’uomo è l’essere fatto per sempre nuove conoscenze, quelle che riguardano il mondo, ma anche, non meno, per quelle che riguardano la verità su di sé, che attinge principalmente dalla Parola di Dio. Il secondo messaggio: l’uomo deve riconoscere la sua creaturalità. È pur sempre un essere limitato. Quando si spinge oltre la sua realtà di uomo, per essere un oltre uomo, come sospinge a fare l’attuale cultura del transumanesimo, fatalmente naufraga.† Giuseppe ZentiVescovo emerito di Verona

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